giovedì 25 marzo 2021

COMPLESSO CHIAMATO AIDU , CORRU ‘E OE/CORRUOE - COSSOINE. Nuraghe Corru ‘e oe! Nuraghe Aidu - Tomba dei giganti Aidu. Natalia Guiso @NatyGuì Guì Nuraviganne


 

Il piccolo viaggio di Nuraviganne di cui vorrei parlarvi oggi, è stato fatto mesi fa nel territorio di Cossoine. L'esplorazione del complesso chiamato Aidu, Corru ‘e oe/Corruoe, costituito da due nuraghi e una tomba dei giganti. Arrivati sul posto decidiamo di visitare per primo il nuraghe monotorre Corru 'e Oe , ubicato a ridosso di una bellissima piana, da un lato e di fronte c'è il villaggio costituito da capanne circolari e rettangolari, dal tipo delle planimetrie e diversità di costruzioni ho pensato fosse stato riutilizzato in diversi periodi, cerco info, ed in effetti parla del periodo romano e dall'alto medioevo, molto bello e particolare, deve essere stato meraviglioso nel suo massimo splendore delle varie culture.

 

Il monotorre sembra piccolo, ma una volta attraversato l'architrave... la bellezza pura! A destra una nicchia e a sinistra le scale, nel mastio centrale tre nicchie, i filari non sono lineari, la meraviglia sta anche nella tipologia del nuraghe, che non ha una forma perfettamente tonda all'interno, è molto suggestivo ed intrigante, ci fa sorgere tante domande, ma è davvero bello, ed io adoro i nuraghi in trachite rosa, durante la giornata viene illuminato da vari giochi di luce, sembra quasi spolverato d'oro e gemme rosa , esploriamo e adoriamo per un tempo indefinito il luogo.

 

Dopodiché ci avviamo verso il nuraghe Aidu, a pochi metri di distanza. È di tipo complesso, in trachite, ma non si può accedere al mastio centrale, una buona parte è interrato e crollato. C'è un ingresso scavato a fior di terra, entriamo e con sorpresa ci porta dall'alto verso il basso attraverso la scala, fino a quel che suppongo fosse in origine l'ingresso, più di così non si può esplorare, ovviamente anche per rispetto del complesso e per la sicurezza.

Usciamo e cerchiamo di capire le torri sono esteriormente visibili. Sembrerebbero 4, oltre il mastio. Facciamo le nostre solite riflessioni, il perché, il per come. Aspettiamo che altri visitatori lascino libera la visione della tomba e ci avviciniamo a lei. È magnifica, non è del tipo con la stele ma ha un meraviglioso ingresso architravato, la tomba fu modificata nei secoli a seconda delle esigenze, è costituita da un lungo corridoio funerario, allungato in un secondo tempo, molto accurato il concio di chiusura dell'abside, l'esedra è molto bella.

 

La tomba è molto imponente. Il luogo è davvero magnifico, dal nuraghe complesso si può vedere tutta una piana dove intorno ci sono tanti monotorre. Come al solito nuraviganne è pura gioia e scoperta. Ogni volta imparo cose nuove, costruzioni che con il susseguirsi dei secoli si evolvono, mi faccio sempre mille domande, che tipo di persone erano, come era la società, cosa era importante per la loro, come erano i culti, le feste, mille domande che forse non avranno mai risposte.🌸🍀💚😊

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(1969) Quando Genova disse NO alla riunione fascista.



(25 Marzo1960) Nasce il primo governo Tambroni, monocolore DC, sostenuto dai voti determinanti del Movimento Sociale Italiano. L’MSI intanto rendeva noto d'aver deciso di celebrare il proprio congresso a Genova, ma anche di far giungere a Genova "almeno un centinaio di attivisti romani, scelti tra i più pronti a menar le mani": decisione quest'ultima che venne resa pubblica tramite stampa, e sottoposta a forti critiche nei giorni successivi agli scontri. E’ chiaramente una provocazione: Genova è una città "rossa”, insignita della medaglia d’oro della Resistenza.

 

A rendere ancora più incandescente la situazione intervenne la notizia, riportata dal quotidiano "Il Giorno", della partecipazione ai lavori del congresso di Carlo Emanuele Basile, sottosegretario all'Esercito e prefetto della città ai tempi della Repubblica Sociale Italiana. Basile era conosciuto a Genova per gli editti del marzo 1944 contro lo sciopero bianco e le proteste indette dagli operai, con conseguente deportazione di alcune centinaia di lavoratori nei campi di concentramento della Germania nazista. Per le sue azioni Basile venne prima assolto, poi condannato a morte, per nuovamente assolto dopo ulteriori ricorsi, grazie anche a una serie di amnistie e condoni, continuando nel dopoguerra la sua attività politica nel partito neofascista di Giorgio Almirante.

 

Il 28 giugno fu indetta una manifestazione di protesta, nel corso della quale Sandro Pertini, disse: «La polizia sta cercando i sobillatori di queste manifestazioni, non abbiamo nessuna difficoltà ad indicarglieli. Sono i fucilati del Turchino, di Cravasco, della Benedicta, i torturati della casa dello studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori.»

 

Nella descrizione di un giornalista del Corriere della Sera gli scontri vengono raccontati in questo modo: «Giovanotti muscolosi si applicavano a divellere cassette d’immondizie, a staccare dalle pareti di un portico riquadri con i programmi dei cinematografi, a spaccare i cavalletti che recingevano un piccolo cantiere di lavori in piazza De Ferrari. Nelle mani dei manifestanti comparvero, stranamente bombe lacrimogene. La sassaiola contro la polizia era incessante. Un agente fu buttato nella vasca della fontana di piazza De Ferrari, altri vennero colpiti dalle pietre e andarono sanguinanti a medicarsi »

 

Gli scontri si spostarono anche nei vicini "caruggi", gli stretti vicoli tipici del centro storico genovese, dove la popolazione residente "bombarda" con vasi e pietre lasciati cadere dalle finestre le forze dell'ordine che inseguono i manifestanti. Gli scontri proseguono e gli organizzatori della manifestazione temono che, per porvi fine, venga ordinato alle forze dell'ordine di aprire il fuoco sulla folla, azione che avrebbe causato numerosi morti. Il presidente dell'ANPI, Giorgio Gimelli, si accorda quindi con alcuni ex partigiani, tra cui un funzionario di polizia, per porre fine agli scontri, avendo in cambio l'assicurazione che le forze dell'ordine si sarebbero ritirate senza effettuare nessun arresto. Al termine dei disordini si registrano 162 feriti tra gli agenti e circa 40 feriti tra i manifestanti.

 

mercoledì 24 marzo 2021

Quando una certa sinistra strizza l’occhio alle politiche oscurantiste sulla famiglia. Di Pier Franco Devias.


 

Eh no, non è solo di Nuoro il problema. Anche altri comuni, governati dal centrodestra e dal centrosinistra, aderiscono al circuito dei cosiddetti "comuni amici della famiglia". Liberu ha messo in guardia tutti, avvisando che dietro questa parvenza di sostegno alle politiche familiari in realtà ci sono associazioni della peggiore area oscurantista e bigotta, negazionisti dei diritti al divorzio e all'interruzione di gravidanza, avversari ossessivi delle unioni civili.

 

Liberu ha chiesto a tutti i suoi consiglieri comunali di avversare questa avanzata medievale, e già si vedono gli effetti stizziti a Nuoro e Fordongianus, in cui i sindaci credono di poterci liquidare con un "non accettiamo lezioni" e "questi consiglieri cercano solo visibilità" anziché entrare nel merito della grave adesione.

 

Gli amministratori di sinistra di tutta la Sardegna preferiscono restare in un imbarazzato silenzio. Inclusi quelli e quelle che all'occasione si arcobalenano e mettono la cintura nera di diritti civili. Anche quelli e quelle che dicono di essere di sinistra e che contro bigottismo, deliri destrorsi e omofobia si fanno partigiani tutti i giorni, perché odiano gli indifferenti.

 

Ma oggi stanno zitti. E zitte. Fanno finta di nulla. E lo sapete perché? Perché questa vergogna è bipartisan. E se provano a muovere un dito i loro colleghi di destra gli rinfacciano subito che gli accordi con questa gente furono presi già da anni da amministrazioni di sinistra e che i contatti stretti c'erano già ai tempi della giunta Pigliaru. Allora meglio tutti zitti e fare finta di nulla.

 

E va bene, continuate a fare finta di nulla, a non opporvi per ordine di scuderia. Ma nel silenzio della vostra indifferenza abbiate la decenza di vergognarvi. Vi saluto con un passaggio dell'articolo dell'Unione Sarda di oggi. Chiedetevi se vi sembra normale, se ci possono essere giustificazioni per gente che si definisce laica e di sinistra, per collaborare a delicate politiche sociali con questo tipo di persone.




 

Piano casa, Sanna: subito un tavolo col governo.


 


La bocciatura del Piano casa è su tutta la linea. Per il governo Draghi è l'intero impianto della norma votata dal centrodestra a essere in contrasto con la Costituzione. Aumento di cubature sproporzionato, condono edilizio surrettizio, effetti devastanti per le campagne, gli ecosistemi dunali e retrodunali, contrasto con il Ppr, distorsione della concorrenza nell'accesso ai fondi del superbonus edilizio. Quasi tutti i 31 articoli del Piano casa sono oggetto dell'impugnazione del governo davanti alla Consulta.

 

Uno schiaffo forte alla giunta. E soprattutto all'assessore all'Urbanistica, Quirico Sanna, che più di tutti in questi primi due anni di legislatura si era battuto per portare a casa il provvedimento. La sua prima reazione, però, è di cautela, di grande cautela. «Non entrerò nel merito finché non leggerò le motivazioni ma mi spiace - dice -. Lo spirito di quella legge era creare occasioni di sviluppo e lavoro, tutelando il paesaggio. Cosa che è stata possibile grazie al massiccio intervento del presidente Solinas che ha evitato che nelle nostre coste venissero costruiti chilometri di cemento. Con il nostro Piano casa sulle coste non si può fare nulla, le nostre norme sono molto più stringenti di quelle del passato».

 

Ma queste rassicurazioni non sono bastate ai ministeri di Ambiente e Cultura, e nemmeno alla Protezione civile nazionale. Ed è così che il governo, su proposta della ministra Mariastella Gelmini, ha impugnato la norma. «Il nostro obiettivo era la riqualificazione dell'esistente con aumenti di cubatura accettabili - dice ancora Sanna -. Cosa è il 30 per cento in più? Una stanza. Senza contare l'importanza che avrebbe l'ampliamento degli spazi comuni negli alberghi, soprattutto oggi che siamo alle prese con un virus che chissà quanto durerà. In questo modo noi andiamo a tutelare il diritto al lavoro dell'impresa e il diritto alla salute. Mi dispiace avere visto qualche amico godere per l'impugnazione della legge.

 

Ma prima di brindare da Porto Cervo con il pugno alzato chiederei cosa ne pensa al piccolo imprenditore che voleva fare alcuni lavoretti, al piccolo geometra di provincia che avrebbe potuto lavorare ed evitare i 600 euro dello Stato, ai tanti piccoli artigiani dell'isola. È a tutte queste persone che con il Piano casa pensavamo di dare una risposta». Sanna, comunque, si dice pronto a favorire un dialogo. «Mi attiverò subito perché credo nella leale collaborazione con le istituzioni. Chiederò di aprire un tavolo con il governo. Siamo anche pronti a fare qualche passo indietro, ma sempre nell'interesse generale. Spero di poter incontrare quanto prima il ministro Franceschini per potergli spiegare lo spirito di questa norma.

 

Noi chiediamo di essere trattati come nel resto del Paese. Perché ciò che da noi è vietato dal Ppr in altre regioni è consentito. Confido possa prevalere la ragionevolezza. Non ci sarà nessuna guerra con Roma, noi intendiamo porci con spirito collaborativo e trovare un punto di caduta nell'interesse generale». Nell'attesa c'è chi chiede la sospensiva. «Fino alla sentenza la legge produce i suoi effetti - conclude -. Certamente prenderemo le cautele che vanno prese».

 

di Alessandro Pirina

 

Articolo “Unione Sarda” del 24.03.2021

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Federico Marini

marini.federico70@gmail.com

skype: federico1970ca

 

martedì 23 marzo 2021

La bomba in via Rasella e la rappresaglia delle fosse Ardeatine


 

(23 marzo 1944) Alle ore 15 circa, esplode una bomba in Via Rasella a Roma. La potenza del fuoco investe una compagnia del I battaglione del Reggimento di Polizia tedesca “Bozen,” che stava transitando proprio in quel momento. Dei 156 uomini tra ufficiali, sottufficiali e truppa, 32 militari rimangono uccisi e 110 feriti. L’attentato fornirà il pretesto per la rappresaglia tedesca: l’eccidio delle Fosse Ardeatine in cui verranno trucidati 335 innocenti, tutti estranei all’attentato.

 

I partigiani che organizzarono l'attentato appartenevano alle Brigate Garibaldi, organizzate dal Partito Comunista italiano allora fuorilegge. Dopo alcuni appostamenti le brigate notarono che un gruppo di soldati tedeschi percorreva praticamente ogni giorno alcune strette strade nel centro di Roma. La regolarità del loro percorso, i ranghi compatti in cui marciavano e la stessa strettezza delle strade rendevano il gruppo un bersaglio ideale per un’azione di guerriglia urbana.

 

Il luogo scelto per l’attacco fu via Rasella, una parallela di via del Tritone. In un bidone della spazzatura vennero sistemate alcune cariche di esplosivo, mentre un gruppo di partigiani si appostò nelle vie vicine per sparare sui tedeschi dopo le esplosioni. Uno studente di medicina, Rosario Bentivegna, 21 anni, travestito da spazzino, sistemò il bidone nella strada.

 

Intorno alle 15.30, circa mezz’ora in ritardo rispetto all’orario previsto, i soldati tedeschi comparvero in fondo alla strada. La colonna, composta da 156 uomini tra ufficiali, sottufficiali e truppa, attraversava il centro, dopo aver partecipato all'addestramento al poligono di tiro di Tor di Quinto, diretta al Palazzo del Viminale (già sede del Ministero dell'Interno) dove era acquartierata. I soldati marciavano con fucili in spalla e bombe a mano alla cintola, in genere cantando canti militari.

Intanto un altro partigiano, Franco Calamandrei, diede il segnale levandosi il cappello. Bentivegna accese la miccia dell’esplosivo e si allontanò. Un’altra partigiana, Carla Cappone, lo aspettava poco distante: lo coprì con un impermeabile per nascondere l’uniforme da spazzino e si allontanò insieme a lui.

 

Hitler, furioso, ordinò di radere al suolo un intero quartiere di Roma e di far passare per le armi 50 Italiani per ogni morto tedesco; Kesselring mediò per ridurre il numero di vittime a 10 per ogni morto. Nella notte tra il 24 ed il 25 marzo i Tedeschi prelevarono dal carcere di Regina Coeli e dal quartier generale dei nazisti di Via Tasso 335 prigionieri politici arrestati per piccole infrazioni, semplici sospettati. Furono portati alle vecchie cave di pozzolana sulla Via Ardeatina, fra le antiche catacombe cristiane di Domitilla e di San Callisto.

 

Tra loro ci fu anche un prete, che appoggiava la resistenza. Era stato prelevato con altri quattro della sua cella, forse perché i Tedeschi volevano salvare l’apparenza di non lasciar morire i condannati senza i conforti religiosi. I prigionieri erano legati due a due per i polsi e, in fila, attendevano di giungere nel luogo dove un colpo alla nuca li avrebbe uccisi. Don Pietro fu legato a Joseph Reider, un medico pacifista austriaco che aveva disertato dalla Wermacht ed era stato arrestato con un falso nome italiano.

 

Gli altri condannati gli chiesero una benedizione: Don Pietro riuscì a liberare la mano destra e a impartire l’assoluzione. Reider, approfittando dello scioglimento dei legacci, riuscì a gettarsi in un fossato e a sfuggire alla morte (unico superstite delle Ardeatine). Alcuni soldati tedeschi posero in disparte il sacerdote per salvarlo ma lui, secondo la testimonianza di Reider, rifiutò chiedendo di morire come gli altri.

lunedì 22 marzo 2021

Il lavoro è un diritto. La disoccupazione è la drammatica sottrazione di un diritto. Di Lucia Chessa.


 


Lo so, ci sono cose più importanti e poi di questi tempi, sento forte il privilegio di avere un lavoro e di averlo sempre avuto, da subito, all’indomani dalla laurea, quasi 40 anni fa. Oggi il lavoro per una generazione intera, e forse quasi due, è un sogno, un privilegio tale da far apparire accettabile qualsiasi condizione, un miraggio, un traguardo irraggiungibile e questo viene prima di ogni altra considerazione. Perché il lavoro, la possibilità di provvedere a sé stessi e di realizzare il progetto della propria vita è il presupposto di ogni libertà, di ogni dignità, di ogni serenità. Io non dimentico, come molti hanno fatto, che il lavoro è un diritto e che, di conseguenza, la disoccupazione è una drammatica sottrazione di diritto.

 

E così è successo che, davanti all’ingiustizia immensa della disoccupazione, a molti sia sembrato che rivendicare condizioni di lavoro dignitose fosse un di più non necessario, addirittura un atto di irriconoscenza egoistica, ma non è così. Che capolavoro è stato, per la razza padrona e per i suoi molti interpreti politici, contrapporre come fossero in antitesi il diritto ad avere un lavoro con il diritto a condizioni dignitose di lavoro. Che capolavoro è stato innescare la guerra tra presunti “dipendenti fannulloni” (anche quando precari), e le partite iva e le piccole imprese individuali esposte e senza garanzie.

 

Io, a 60 anni, sono diventata, senza alcuna tutela, un’insegnante da didattica a distanza. Come chiedere, da un giorno all’altro, ad un cane caccia di diventare un cane pastore e viceversa; oppure come chiedere ad un cavallo da corsa di diventare una bestia da tira o viceversa, come chiedere ad una mela di trasformarsi in una pera e viceversa. Mi è stato chiesto di imparare da sola ad usare piattaforme e classi virtuali, a creare spazi-lezione attorcigliandomi ogni giorno su ogni clik sopra la mia tastiera. Ci è stato chiesto e lo abbiamo fatto sputando sangue.

 

Nel corso di quest’anno, tra riunioni online, studio, lezione, correzione di compiti, colloqui, consigli di classe, ho trascorso ore ed ore ed ore del giorno (e spesso anche della notte) davanti al computer. Seduta con gli occhi dritti sullo schermo. Fratzicata come si dice al mio paese. Nonostante ciò, lo dico per gli estimatori di Conte e della Azzolina e di tutti i giallo rosa che hanno governato il lavoro durante la pandemia, non è stato riconosciuto agli insegnanti lo status di lavoratore al terminale che in Italia è quello che trascorre al computer 20 ore settimanali.

 

Se sei un lavoratore al terminale, in Italia, hai alcuni diritti: sorveglianza sanitaria per lo stress a cui sottoponi i per esempio i tuoi occhi, oppure pausa di 15 minuti ogni due ore di lavoro, se non vuoi compromettere la tua capacità visiva, ma agli insegnanti no. Anzi. Per gli insegnanti la didattica a distanza, in aggiunta alle difficoltà di una profonda, faticosa e solitaria riconversione strumentale e metodologica del proprio lavoro, ha comportato nuovi adempimenti di recupero, di rendicontazione, di compilazione di format, di questo e di quello perché per gli insegnanti non è mai abbastanza quello che fai perché in fondo la leggenda delle 18 ore e dei 3 mesi di ferie è il presupposto su cui poggiare un continuo attacco formale e sostanziale. Il lavoro va difeso, il lavoro dignitoso va difeso, la certezza del lavoro va difesa, la dignità del lavoro va difesa. Mentre litigate su poltrone e vi spartite tutto quello che si può spartire, io credo che qui sia tutto da ricostruire in una dimensione di giustizia ed equità. Buongiorno, che devo andare a scuola.

 

Di Lucia Chessa

Sindona, banca del Vaticano e mafia: l'ennesimo mistero italiano. Di Vincenzo Maria D'Ascanio


 

(22 Marzo1986) Muore il potente banchiere della mafia Michele Sindona, 56 ore dopo esser entrato in coma per aver bevuto un caffè in cui era stato versato del cianuro da mano ignota. Sindona si trovava nel supercarcere di Voghera, e scontava l’ergastolo comminatogli per l’omicidio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli (commissario liquidatore della Banca Privata Italiana dello stesso Sindona). La morte del banchiere siciliano sarà archiviata come un suicidio. Sindona si porta nella tomba molti segreti dell'Italia dei misteri e, ad ogni modo, resta il dubbio che qualcuno abbia voluto assicurarsi il suo silenzio, proprio in ragione dei misteri che avrebbe potuto svelare, in anni dove criminalità, politica e IOR (la banca del Vaticano) facevano affari insieme.

 

Michele Sindona (Patti, 8 maggio 1920 – Voghera, 22 marzo 1986) è stato nel corso degli anni Sessanta uno dei più irruenti banchieri del mondo: secondo Giulio Andreotti, addirittura sarebbe "il salvatore della Lira". La sua abilità? Legare in un nodo inestricabile di affari quattro pilastri della società italiana (non solo dell'epoca): potere politico (democristiano), Vaticano, massoneria e mafia.

 

L'impero di Sindona arriverà a controllare un numero incalcolabile di banche e società finanziarie, ma comincerà a vacillare nel 1963, quando il pentito di mafia Joe Valachi aveva spiegato all’FBI come funzionava Cosa nostra. Seguendo il flusso dei soldi l’FBI arrivò a Sindona e il primo novembre 1967 aveva scritto alla Criminalpol di Roma segnalandolo per riciclaggio, ma l’Italia aveva risposto di “non avere riscontri”.

 

In base a questa teoria (non vi sono riscontri giudiziari) nel 1969 l’arcivescovo Montini, diventato papa Paolo VI, aveva convocato Sindona per sistemare i conti della banca Vaticana. Sindona aveva fatto entrare lo Ior (Istituto per le opere di religione) nella sua Banca Privata Finanziaria e spostato somme mostruose in Svizzera; poi, convertendole in marchi, franchi e dollari aveva iniziato a speculare. Due anni dopo, nel 1971 il presidente dello Ior era diventato l’arcivescovo lituano Paul Marcinkus – quello che disse che “la chiesa non si amministra con gli ave Maria“ – e aveva ceduto una parte della quota di maggioranza della Banca Cattolica del Veneto al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Il Grande Disegno – era quello di un fronte unico e compatto di finanza bianca che univa la DC di Andreotti, di Piccoli e di Fanfani..

 

Omicidio o suicidio? Sindona era stato visitato in carcere da Carlo Rocchi che lo aveva rassicurato sull'aiuto degli americani. La sua morte è stata archiviata come suicidio poiché il cianuro di potassio ha un odore particolarmente pregnante e, secondo il parere della scientifica, ne sarebbe stata impossibile l'assunzione involontaria. Il comportamento e i movimenti di Sindona stesso lo confermavano, facendo pensare a un tentativo di auto-avvelenamento per essere estradato negli Stati Uniti, coi quali l'Italia aveva un accordo sulla custodia di Sindona legato alla sua sicurezza e incolumità. Quindi un tentativo di avvelenamento lo avrebbe riportato al sicuro negli Stati Uniti.

 

Sindona fece di tutto per ottenere l'estradizione negli USA e l'avvelenamento, secondo l'ipotesi più accreditata, fu dunque l'ennesimo tentativo. Quella mattina andò a zuccherare il caffè in bagno e quando ricomparve davanti alle guardie carcerarie gridò: «Mi hanno avvelenato!». Resta comunque plausibile l'ipotesi che qualcuno gli abbia fornito il veleno, manipolandolo in maniera tale che lo portasse alla morte e non, come previsto, ad un semplice malore.

 

Il giornalista e docente universitario Sergio Turone ipotizzò che fu Andreotti a far pervenire la bustina di zucchero contenente il cianuro fatale, facendo credere a quest'ultimo che il caffè avvelenato gli avrebbe causato solo un lieve malore, consentendogli dunque di essere introdotto in una delle carceri negli Stati Uniti, in ragione dell’accordo descritto sopra. Secondo Turone, il movente del presunto omicidio sarebbe stato il timore che Sindona rivelasse verità scottanti riguardanti i rapporti tra politici italiani, Cosa Nostra, e la P2: «...fino alla sentenza del 18 marzo 1986 Sindona [aveva] sperato che il suo potente protettore [Andreotti] trovasse la via per salvarlo dall'ergastolo. Nel processo d'appello, non avendo più nulla da perdere, avrebbe detto cose che finora aveva taciuto».

 

Va tuttavia sottolineato che tale ipotesi non è stata suffragata da alcuna prova concreta che leghi Andreotti alla morte di Sindona. Ancora nel 2010, Giulio Andreotti riportava un giudizio positivo su Sindona: «Io cercavo di vedere con obiettività. Non sono mai stato sindoniano, ma non ho mai creduto che fosse il diavolo in persona. Il fatto che avesse interessi sul piano internazionale dimostrava una competenza economico e finanziaria che gli dava in mano una carta che altri non avevano. Se non c'erano motivi di ostilità, non si poteva che parlarne bene». La tomba di Michele Sindona e famiglia è al Cimitero Monumentale di Milano, la numero 430 del Circondante di Levante.

 

Vincenzo Maria D’Ascanio

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