giovedì 10 dicembre 2020

11 Dicembre. Webinar: I prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane


 


Evento di Unione Democratica Arabo Palestinese - UDAP, ‎Centro Culturale Handala Ali - مركز حنظله علي الثقافي‎ e Sardegna Palestina

Venerdì 11 dicembre 2020 dalle ore 18:00

I prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane.

In diretta sulla pagina Facebook dell'UDAP e sul canale Youtube di Sardegna Palestina (https://www.youtube.com/AssociazioneAmiciziaSardegnaPales...)

Interverranno:

Wasim Dahmash
Hussam Kana'na, psicoterapeuta ex prigioniero politico
avv. Ugo Giannangeli
avv. Fausto Gianelli
Sami Hallac, UDAP
Stefano Mauro, Giornalista

Saranno trattate le seguente tematiche:

-La prigionia quale strumento per il rimodellamento della coscienza
- L’isolamento come tecnica di controllo e dominio
- Riflessi sociali della prigionia
- L’uso delle “leggi di emergenza”
- La carcerazione dei minori.
- La violazione del diritto internazionale
- La violazione delle convenzioni di Ginevra

 

Durante l'evento sarà presentato il libro "L'Eco delle Catene", di Ahmad Sa'adat
A cura di UDAP e di Stefano Mauro,
Edizioni Clandestine

In collaborazione con:

Associazione Amicizia Sardegna Palestina
Centro Culturale Handala Ali - Napoli
Centro Documentazione Palestinese
Unione delle Comunità e Organizzazione Palestinesi -Europa

 

mercoledì 9 dicembre 2020

(09 dicembre 1987) Scoppia la prima Intifada.


 

(09 dicembre 1987) Inizia la Prima Intifada palestinese contro l’occupazione israeliana. La rivolta scoppia nel campo profughi di Jabaliyya e si estende rapidamente fino a Gerusalemme. Le immagini dei giovani palestinesi che lanciano pietre contro l’esercito israeliano fanno il giro del mondo.


Intifada significa "scuotersi" per liberarsi di un peso, di un’oppressione. L’ondata era stata scatenata in seguito a un evento di cui non si compresero appieno le dinamiche: una dozzina di operai palestinesi morirono in seguito a un incidente stradale, il loro bus aveva avuto un frontale con una jeep blindata dei soldati israeliani. Corse veloce la voce che lo scontro non era stato un incidente, ma una vendetta per un israeliano accoltellato a morte alcuni giorni prima nel mercato di Gaza. Fu la classica goccia che fece traboccare il vaso. Perpetrata da decenni, l'aggressività degli israeliani sul popolo palestinese aveva oltrepassato il limite della sopportazione.


La rivolta fu caratterizzata da scontri con le forze occupanti, azioni di disobbedienza civile, boicottaggio delle merci israeliane e pubblica esposizione di bandiere palestinesi. Organizzata da comitati popolari spontanei e dal neocostituito Comando Nazionale Unificato dell’intifada, la rivolta coinvolse soprattutto giovani e adolescenti e diede luogo a forme di autogestione della vita quotidiana, riuscendo a porre la questione palestinese all’attenzione della comunità internazionale.


La rivolta si allargò ad altri campi profughi palestinesi e infine giunse a Gerusalemme. Il 22 dicembre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite condannò Israele per aver violato la Convenzione di Ginevra, a causa del numero di morti palestinesi nelle prime poche settimane di scontri. Nel 1988 e nel 1989 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò altre risoluzioni di condanna contro Israele. Gli israeliani, sul campo, non utilizzarono forme di contenimento, le truppe infatti non disponevano di lacrimogeni o proiettili di gomma. I soldati mandati a controllare le piazze sparavano proiettili d’ordinanza, che causavano nuove vittime.


Così ogni funerale, ogni lutto, si trasformavano in occasioni per nuove proteste. L’allora premier israeliano Ytzhak Shamir promise al suo Paese che tutto ciò sarebbe durato poche settimane. «Entro il 31 dicembre tutto questo sarà finito», diceva. Ma le rivolte continuarono per mesi, addirittura anni. Solo la Prima Guerra del Golfo nel 1991 avrebbe posto fine alla ribellione, che comunque aveva lasciato un’impronta profonda nella storia del Medio Oriente.


L’Intifada riuscì ad affermare il ruolo di soggetto politico autonomo dei palestinesi e l’impossibilità di prescindere dall’OLP per avviare un’effettiva prospettiva di pace. Tra le sue conseguenze più immediate vanno ricordate la rinuncia da parte del re Hussein di Giordania alle rivendicazioni sui territori della Cisgiordania e la proclamazione unilaterale da parte dell’OLP dello Stato di Palestina nel novembre del 1988.



Vita da insegnanti in tempi di "didattica a distanza". Di Lucia Chessa.


 

Io me lo ricordo quando a suo tempo ho deciso di iscrivermi in filosofia. Il commento era più o meno questo qui: “Ma perché? Potrai fare “solo” l’insegnante”. Era già allora tutto detto. Si capiva già tutta l’aria che tirava. Tu puoi laurearti, specializzarti, studiare e approfondire, aggiornarti, raffinare le tue competenze di didattica dalla progettazione alla valutazione, ma sarai sempre “solo” un' insegnante a cui tutti si sentiranno in diritto di chiedere altro.

 E quindi vai con gli adempimenti, la produzione burocratica di carte, i documenti di monitoraggio, le relazioni iniziali e finali, i PDD, i PEP, i PIP, i VIA, i PDP ecc. ecc. ecc. Non scherzo eh, tutti documenti da produrre, meglio se rigorosamente all’interno di schemi già predisposti, alle volte non ti venga in mente di essere un soggetto creativo invece che un riempitore di caselle. E io che volevo fare “solo” l’insegnante, cioè “solo” lavorare con gli studenti, anche sputando l’anima in classe, qualora fosse necessario, piano piano mi sono trovata fuori tempo, adatta “solo” a dialogare con gli studenti, a cercare di insegnar loro a scrivere, a parlare, a comprendere un testo, anche leggendo tra le righe.

 Adatta solo a cercare di educarli insegnando loro a guardarsi attorno, ad osservare, a valutare con senso critico. Adatta “solo” a proporre loro conoscenze curandomi di dare loro gli strumenti affinché sappiano appropriarsene e servirsene. Adatta "solo" ad insegnar loro a guardare alla storia, al passato, cercandovi indizi per capire meglio il loro tempo e per produrre uno sguardo verso quello che li aspetta. Ma è da molti anni che tutto ciò pare non bastare. Occorre dimostrare altro producendo carte. Carte come se non ci fosse un domani, carte come a doversi giustificare di fare “solo“ l’insegnante, quello delle 18 ore, quello dei 3 mesi di ferie, quello del cosa vuoi che sia trovarti davanti 25/30 ragazzini per volta da educare, motivare, appassionare, istruire dando ad ognuno il suo.

 Ed è su questa scuola che si è abbattuta la pandemia. Una scuola incapace di difendere se stessa e di elevarsi dal ruolo che le ha assegnato un paese sempre più disattento, che spende il minimo in istruzione ed educazione e che sull'ignoranza e l'approssimazione fonda molti e immeritati poteri. E quindi vai prima con la narrazione delle scuole posti sicuri, anche contro ogni evidenza. Poi con la didattica a distanza raccontata come una specie di vacanza aggiuntiva e fuori tempo, con gli insegnanti intenti a sfregarsi le mani, a casa con lo stipendio senza lavorare.

 Io ve lo dico chiaro, anche a voi che non vorrete capirlo: fare didattica a distanza è molto faticoso. Si tratta di cambiare il tuo modo di insegnare, si tratta di studiare molto per trovare il modo giusto, si tratta continuamente di mandare, ricevere e correggere compiti restituendoli con giudizi ed indicazioni a fare meglio, si tratta di predisporre materiali, si tratta di essere a contato h24 con ognuno dei tuoi 60 studenti che ti scrivono, ti fanno osservazioni, ti chiedono chiarimenti, vogliono indicazioni.

 E tu lavori cercando di fare la parte tua per non sfilacciare tutto, per dare risposte a ciascuno, per farlo sentire ancora parte di un gruppo, per facilitare. E poi arriva una mediocre ministra dei trasporti che, non riuscendo a portarti gli studenti a scuola in sicurezza, ti spara che si potrebbe recuperare andando a scuola anche la domenica. E poi arriva una mediocre ministra dell’istruzione che ti spara che per recuperare si potrebbero accorciare le vacanze estive. Ma recuperare “de che” se ci stiamo facendo il mazzo. Mi è arrivata la richiesta di rispondere ad un sondaggio; " Saresti d'accordo alle scuole aperte a luglio? Vota si o no". Ho pensato: "voto solo se si può scrivere una parolaccia". Con tanti saluti a tutti

Di Lucia Chessa

 

martedì 8 dicembre 2020

08 Dicembre 1980. A soli 40 anni muore John Lennon. Di Vincenzo Maria D'Ascanio


 

(08 Dicembre 1980) A New York è assassinato John Lennon, ex membro dei Beatles, una delle più famose band nella storia del rock. Dopo lo scioglimento del gruppo, Lennon aveva continuato la carriera da solista e si era dedicato, insieme alla compagna Yoko Ono, all’attivismo politico. L’artista è colpito da cinque colpi di pistola sparati da uno squilibrato, Mark David Chapman, davanti al residence dove viveva (palazzo Dakota), nel cuore di Manhattan.  Dopo aver sparato l’assassino non scappò, ma restò sul luogo del delitto in attesa della polizia.

Prima di essere sparato Lennon aveva in mano i nastri di «Walking On Thin Ice», una canzone scritta da Yoko Ono il cui contenuto (considerazioni sull’imprevedibilità della vita e della morte) suona oggi come un tragico presagio.

 Chapman, fervente cristiano, non poteva tollerare l'affermazione fatta da Lennon nella sua canzone “God”: «Dio è solo un concetto col quale misuriamo il nostro dolore», o quella inserita in “Imagine,” (una delle più popolari canzoni di tutti i tempi) dove il cantante inglese affermava di sperare in un futuro dove non esistessero religioni a mettere gli uomini gli uni contro gli altri.

 L'omicidio avvenne mentre Lennon usciva di casa: Chapman gli strinse la mano e si fece firmare un autografo sulla copertina di Double Fantasy, ultimo album di Lennon. Dunque attese per altre quattro ore. Il custode del Dakota, José Perdomo, ed un tassista che si trovava nei paraggi, notarono lo squilibrato in piedi nell'ombra accanto al portone d'ingresso.

 Pochi secondi dopo il passaggio di Lennon e Yoko Chapman uscì dal suo nascondiglio e sparò cinque colpi in rapida successione con un revolver Charter Arms 38 Special, da una distanza di circa tre metri. Basandosi sulla descrizione dei fatti del detective James Sullivan della NYPD, numerose radio, reti televisive, e giornali riportarono che Chapman, prima di sparare, esclamò «Mr. Lennon!», e poi si accovacciò in posizione di tiro piegando leggermente le ginocchia.

 Gravemente ferito, Lennon venne dichiarato morto all'arrivo al Roosevelt Hospital. Poco tempo dopo, delle stazioni radio locali diffusero la notizia della morte dell'ex Beatles, e una folla di suoi fans si radunò commossa nei pressi del Roosevelt Hospital e davanti al palazzo Dakota. Il corpo di Lennon fu cremato al Ferncliff Cemetery di Hartsdale (New York), due giorni dopo il decesso; le sue ceneri furono consegnate a Yoko Ono, che scelse di non far celebrare nessun funerale.

 Oggi Chapman, che sta scontando l'ergastolo nel penitenziario "Wende Correctional Facility" nello Stato di New York, si dice pentito: "Sono stato un'idiota" ha affermato davanti alla commissione chiamata a decidere sulla libertà condizionata, finora sempre negata. L'uomo ha sottolineato di aver riscoperto la fede religiosa in carcere e di essersi reso conto che si può scegliere tra Cristo e il crimine.

 "All'epoca - si legge nella trascrizione rilasciata dalla commissione - non pensavo ad altri che a me. Mi dispiace di aver causato tanto dolore. Mi dispiace per essere stato un tale idiota e aver scelto la gloria sbagliata." Le parole del suo possibile pentimento non furono credute, dato che la corte gli negò la libertà condizionata. La motivazione del provvedimento era essenziale: Chapman era un pericolo per se stesso e soprattutto per la società, dunque non poteva essere liberato. Il 27 agosto 2020 per l'undicesima volta la commissione giudicante dello stato di New York ha negato a Chapman la libertà  condizionata.

Vincenzo Maria D'Ascanio

Nella foto gli occhiali di Lennon, che sarebbero stati appoggiati da Yoko Ono su un davanzale dopo il tragico evento.

La Sardegna non può essere preda degli sciacalli del cemento. Di Lucia Chessa


 

La Sardegna è in ginocchio sotto l’acqua e il fango. Le fragilità del territorio sono estese da nord a sud e non risparmiano nessuno anche se la sorte colpisce a caso, anche più volte, ora in un posto ora in un altro, e allora è lutto, distruzione, danno e angoscia. Tutti conoscono le fragilità idrogeologiche di questa terra, frutto di scelte antiche e di incurie ed omissioni recenti. Non è facile ma penso che se ci fosse onestà, lungimiranza, visione e senso dei beni comuni a governare questa terra, qualcosa di più si sarebbe potuta fare.

 Invece sono molti anni che l’interesse per i territori espresso dai governi regionali si concentra attorno ai “piani casa”. Che non sono grandi programmi di edilizia abitativa come potrebbe suggerire l’espressione bella e accattivante. No no, sono autorizzazioni ad ampliare, specie in riva al mare, specie entro i 300 metri dall’acqua, specie gli alberghi, specie quelli di lusso, specie quelli che stanno vuoti e chiusi 11 mesi all’anno, ma dal 1 al 20 agosto fanno pienoni ospitando sardi, quando va bene, nel ruolo di cameriere, facchino e giardiniere.

 Sono costruttori e speculatori, spesso anche stranieri, che assaltano ciò che è sopravvissuto dei beni ambientali che sono la nostra futura ricchezza. Il territorio visto solo come preda, come bene disponibile al consumo, come strumento di investimento e guadagno senza un pensiero aggiuntivo di sostenibilità. Non hanno pensato, ieri la giunta Pigliaru e oggi la giunta Solinas, ai necessari piani di messa in sicurezza e di mitigazione del rischio idrogeologico. Non ci sono grandi guadagni attorno alla cura dal territorio né di denari né di consensi.

 Perché la cura non si vede quando la fai. Si vede solo, tragicamente, quando serviva e invece non c’è. Che squallore la nuova leggina urbanistica presentata, ironia della sorte, proprio in questi giorni da leghisti e sardisti: incrementi volumetrici delle case sul mare fino al 30% e fino al 20% in quelle entro i 300 metri dall’acqua. Aumenti di volumetrie per gli alberghi fino al 50% e fino al 25% se stanno praticamente sulle spiagge. Aumenti di volumetrie nei centri storici e nuove costruzioni nelle campagne. E squallidi, massimamente squallidi, quando propongono, come provvedimento anti-covid, a favore del distanziamento, l’aumento volumetrico fino al 50% degli spazi comuni delle strutture turistiche.

 Neanche gli sciacalli così. Queste e solo queste sono le preoccupazioni di chi ci governa e ci ha governato di recente. Il territorio è preda, la cura, la manutenzione, la mitigazione del rischio non esiste. Tutto può finire e morire sotto metri di fango e detriti, mentre costruttori e proprietari di grandi strutture alla Briatore, di quelli che possono dettare i provvedimenti regionali, già iniziano a fregarsi le mani. C’è bisogno di altro in Sardegna. Ed è urgente che, chi ne ha le capacità, la statura, e l'onestà inizia a costruirlo.

 

Lucia Chessa

lunedì 7 dicembre 2020

La morte del re mitraglia* e il pianto del maestro di Lussu


 

"Quando re Umberto fu ucciso a Monza, le scuole erano chiuse. Il maestro fece suonare la campana del municipio che suonava solo per l'ora della scuola, e noi ragazzi vi accorremmo tutti. Il maestro piangeva. Fra le lacrime, a gran pena, ci raccontò dell'assassinio. Anche noi piangevamo tutti e rientrammo a casa in lacrime, e in lacrime annunziammo la sciagura al babbo.

 Egli ci confortò facilmente, spiegandoci che il re non era così buono come si diceva, che aveva fatto uccidere a freddo dei buoni cittadini - «chi di ferro ferisce di ferro perisce» - e mandato a farsi massacrare dei soldati in Africa; che la Sardegna non aveva conosciuto che re prepotenti e ladri e che quanti più re morivano tanto meglio era per la sorte di tutti; che il re lasciava un figlio ricchissimo, il quale a sua volta sarebbe re, mentre quando muore il padre di un povero i figli sono alla fame.

 E alla fine ci mandò a chiamare «quel brav'uomo di maestro che piange così a sproposito»; il quale anche lui deve essersi facilmente confortato, perché rimase a casa a pranzo, e uscì - io l'ho ancora presente - soddisfatto, le guance arrossate e il sigaro in bocca. Né più si parlò del re”.

 ([testo tratto da Emilio Lussu, Il Cinghiale del diavolo e altri scritti sulla Sardegna, a cura di Simonetta Silvestroni, Giulio Einaudi editore, Torino 1976, pagg.62]

 *Re mitraglia è il pluiricriminale Umberto l che ancora oggi campeggia nelle nostre Vie e Piazze. Nel 1898 (8 e 9 maggio), le truppe del generale Fiorenzo Bava Beccaris spararono sulla folla inerme uccidendo circa 80 dimostranti e ferendone più di 400. Ebbene il re Umberto, ribattezzato dagli anarchici Re mitraglia, forse per premiare il generale stragista per la portentosa “impresa” non solo lo insignì della croce dell’Ordine militare di Savoia ma in seguito lo nominerà senatore!

 

Francesco Casula

Saggista, storico della letteratura sarda

 autore del libro, tra gli altri, de “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”

Porto Canale: I lavoratori (e non solo) attendono una risposta


 

Dopo diverso tempo torno a scrivere della vicenda #PortoCanale, torno a scrivere ad un anno esatto dal giorno in cui è stata presentata la gara internazionale.

 Un anno fa, per la maggior parte dei lavoratori del porto industriale è stato un giorno di festa, la presentazione del bando ha acceso in tutti noi un barlume di speranza; eravamo nuovamente in gioco. Ebbene sono passati 366 giorni da quel dì, e arriviamo puntuali ad un altro appuntamento, che questa volta cade il 9 dicembre, la chiusura dei giochi (l'Autorità Portuale ha dato questo limite di tempo secondo l’art. 10 bis del codice degli appalti). Riuscirà la sconosciuta Pifim a stupire tutti quanti integrando la documentazione mancante?

La speranza è fievole ma c'è, deve esserci!

Ma se così non fosse? È pronta l'ADSP a presentare un nuovo bando, con condizioni più favorevoli, questa volta?

Il MISE, il MITe il MIL hanno intenzione di mettere in campo delle azioni per il rilancio del Transhipment?

E la Regione Sardegna farà la sua parte?

 Un’isola non può prescindere da un porto internazionale, per le sue imprese che operano nell'import/export non ci sarebbero le condizioni di libero mercato, infatti i costi di trasporto, come denunciato anche da Confindustria, senza le opportunità del Porto Canale, sono cresciuti dal 10 al 30%.

 Più di 300 lavoratori diretti e altrettanti indiretti aspettano risposte, i più non lavorano e quindi non pagano le tasse anzi, usufruiscono di ammortizzatori sociali. È questo il futuro che auspichiamo? Le politiche di rilancio non possono aspettare, diteci con chiarezza che progetti avete per il futuro del porto. Grazie.







 

Danilo Agus

Sindacalista e lavoratore al Porto canale Di Cagliari.