lunedì 23 novembre 2020

Soprattutto adesso, dobbiamo concentrarci su qualcosa di buono. Di Irene Loche.


 


 

Come si cambiano le cose? Questo 2020 e questa situazione hanno portato molte persone all'angolo, probabilmente anche a te che stai leggendo. Io sapevo già di esserci da ben prima. Ti accorgi quando ci sei, quando smetti di fare qualcosa per te stesso e cerchi risposte negli altri. Non funziona così.

 

Sono andata a correre dopo moltissimo tempo. Provengo da un passato in cui ho faticato tanto per fare 100mt e con forza e determinazione ho raggiunto i 15km. Non sono forse tantissimi ma io so cosa sono stati per me. Oggi non sono nemmeno arrivata a 5km. Ho sentito il panico delle prime volte, la rabbia di tanti pensieri, il respiro che raschiava il cuore... ma anche la determinazione, quella e unica importante, che mi ripeteva: "non importa, datti tempo e insisti". L'ho fatto e l'ho farò, insisterò.

 

Questo 2020 è stato tragico, ha stravolto troppe cose, ma è giusto dare ad ognuno le proprie responsabilità e colpe, se così vogliamo dire... e lui non le ha tutte quante. Vorrei dire ad ogni persona che sta lottando ora, per se stesso e per ciò che ama, che non ha colpe di ciò che sta vivendo e che va bene anche stare male e darsi tempo, perché serve.

 

Vorrei dire che non c'è una risposta esatta, una formula magica che ti permette di stare bene, deve "scattare" qualcosa e scatta nel momento in cui capiamo di volerci bene. Ho smesso di suonare perché ho dato importanza a chi non ne ha dato a me e ho invece tralasciato chi aveva voglia di ascoltare e credeva in me, e non va bene. Non posso continuare a sbattere la testa su ciò che per me è sbagliato, ma posso cercare di concentrare le mie forze su qualcosa di buono. Ho deciso che a Dicembre pubblicherò un video a settimana sul mio canale YouTube, non sarà molto, non sarà forse bello, ma è qualcosa. Presto vi aggiornerò meglio. Come si cambiano le cose? A piccoli passi.

 

Irene Loche

 

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«I mini lockdown servono, i sindaci stanno facendo bene»


 


 

«È vero che oggi abbiamo l'Rt, l'indice di trasmissione del virus, più basso d'Italia, ma se continuiamo a viaggiare su numeri così elevati di contagi quotidiani, rischiamo una rapida risalita». L'assessore alla Sanità Mario Nieddu analizza l'andamento della curva nell'Isola e le misure messe in campo per il contenimento e spiega: «I sindaci stanno facendo un grande lavoro, fanno benissimo ad adottare lockdown nei loro paesi quando i casi di positività aumentano. Purtroppo ci sono ancora troppe persone che non mantengono il distanziamento e non rispettano le regole. Ci arrivano segnalazioni di bar affollati, di raduni di giovani senza mascherine, di spuntini in campagna alla fine di una battuta di caccia, di feste di compleanno con tanti invitati. Sono tutti comportamenti che in questa fase non ci possiamo permettere».

 

L'ultimo monitoraggio. Nell'ultimo report del ministero della Salute e dell'Istituto superiore di sanità, l'Rt puntuale dell'Isola (calcolato al 4 novembre) è 0,79. Le nuove infezioni segnalate in una settimana 877, l'incidenza per 100mila abitanti 154,68, i focolai in crescita, la classificazione complessiva di rischio "alta", la pressione sulle terapie intensive al 39%, l'occupazione dei posti di degenza ordinaria al 33%.

 

È vero che in Sardegna, come in tutta Italia, il trend segna una riduzione dell'incremento dei casi e si va verso un appiattimento della curva, ma «con l'attuale livello di incidenza di diagnosi - sottolinea il report - resta frequente l'impossibilità di tenere traccia di tutte le catene di trasmissione e c'è un carico elevato sui servizi assistenziali, con un ulteriore aumento dei ricoverati per Covid sia in area critica che non critica».

 

Le chiusure. «Non dobbiamo fare sciocchezze», prosegue l'assessore, «è fondamentale che la popolazione eviti le occasioni di contatto con persone fuori dal proprio nucleo abitativo, come avverte il ministero, e rimanga a casa il più possibile. Sappiamo che le restrizioni servono, ad esempio, il Sassarese sta migliorando, mentre preoccupa molto il Nuorese. Bisogna chiudere, le attività, i luoghi di aggregazione, anche le scuole. Ho incontrato a Silanus nei giorni scorsi gli amministratori del territorio che stanno vivendo una situazione difficilissima, il virus è entrato nella maggior parte dei paesi, bisogna spezzare le catene di contagio e spegnere i focolai. Noi siamo carenti sul fronte del tracciamento e della comunicazione degli esiti dei tamponi, ma ce la stiamo mettendo tutta per potenziare il sistema, con l'assunzione di figure da impiegare proprio in questa attività e il potenziamento delle Usca».

 

La proposta. Intanto l'Anci e il Cal propongono un piano di rafforzamento della medicina territoriale. L'obiettivo è quello di un più efficace tracciamento dei contatti dei positivi attraverso test antigenici rapidi fatti dai medici di medicina generale, e una più veloce comunicazione ai sindaci. L'associazione dei Comuni e il Consiglio delle autonomie locali stanno scrivendo un protocollo d'intesa – sul modello di quello già adottato in altre regioni - che prevede che i medici di medicina generale eseguano i test antigenici rapidi, su prenotazione e previo triage telefonico, ai contatti stretti asintomatici individuati da loro o segnalati dal Dipartimento di prevenzione, e ai casi sospetti.

 

Anche le sedi di Continuità assistenziale potranno essere dotate di tamponi rapidi. Ancora: il medico di medicina generale diventa ufficiale di sanità pubblica e potrà decidere la misura della quarantena (che varrà anche per l'Inps). Un altro punto riguarda la realizzazione di “Centri locali per i test antigenici rapidi” anche all'interno di strutture messe a disposizione dei Comuni.

 

Il piano dell'assistenza. Il commissario straordinario dell'Ats Massimo Temussi ha firmato ieri una delibera con cui riorganizza una serie di strutture dell'area di Cagliari, anche in funzione della trasformazione del Marino in Covid hospital e dell'attivazione del Binaghi. La Microchirurgia della mano sarà spostata al Brotzu, la Clinica ortopedica al Policlinico di Monserrato, il Centro donna e lo screening mammario vanno al San Giovanni di Dio, il Centro sclerosi multipla al Businco, il Servizio di farmacia territoriale sarà aperto alla Fiera e il Servizio di farmacia ospedaliera al Santissima Trinità. (cr. co.)

Articolo tratto da L’Unione Sarda del 23 Novembre 2020

25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


 


Il 25 novembre sarà la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Cosa differenzia la violenza maschilista contro le donne da quella comune? Il contesto ed il movente.

 

All’origine c’è la condizione stessa di subalternità della donna nella società e di assoggettamento all’interno della famiglia. Un sistema politico, economico e sociale in cui gli uomini detengono il potere, la ricchezza, genera uno sbilanciamento di forze tra i due sessi che pone la donna in una condizione di sottomissione e di dominio da parte dell’uomo, che ritiene di poterne disporre come di una proprietà privata.

 

La violenza maschilista è sui social, nei messaggi pubblicitari, sul posto di lavoro, in casa e si può manifestare con umiliazioni, violenza fisica, sessuale, verbale e psicologica, che può arrivare alla negazione della libertà, fino alla privazione della vita stessa.

 

Rifiutiamo categoricamente ripartizioni di colpe di fronte alla violenza subita, siamo vittime e non corresponsabili. Rivendichiamo il nostro diritto di lavorare, di interrompere una relazione, di sentirci libere di viaggiare, di uscire di casa, di vestirci come ci piace, senza avere paura.

 

Non è la nostra libertà a dover essere sottoposta a censura ma quella di chi esercita la violenza.

 

Liberu - Lìberas Rispetadas Uguales

#Liberu

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25 de santandria, Die internatzionale contra sa violèntzia a sas fèminas

 

Su 25 de santandria, at a essere sa Die internatzionale contra sa violèntzia a sas fèminas. Ite b’at de diferente tra sa violèntzia maschilista e cussa fitiana? Su cuntestu e sa resone.

 

Comintzat totu cun sa cunditzione de dipendèntzia de sa fèmina cara a sa sotziedade e cun sa sugetada a dae intro de sa famìlia. Unu sistema polìticu, econòmicu e sotziale in ue sos amine tenent su poderiu, sa richesa, los ponet a manu de cumandare e lis permitit de sutamìtere sa fèmina, ca creent de nde pòdere fàghere su chi cherent comente chi sa fèmina siet cosa issoro.

 

Sa violèntzia maschilista est in su mundu virtuale, in sa publitzidade, in su traballu, in domo e si mustrat cun s’umìliu, cun sos corfos, cun sa violèntzia sessuale,psicològica e cun sas paràulas malas, finas a lòmpere a nche lis mòere sa libertade e sa vida.

 

Ricusamus cun fortza partimentas de curpas chi pertocant sa violèntzia patida, semus malasortadas e non curresponsàbiles. Pretendimus su deretu a traballare, a nos isbojare, a biagiare, a essire dae domo, a nos bestire comente cherimus, sena dèpere tìmere nudda.

 

No est sa libertade nostra chi depet èssere cundennada, ma cussa de chie si serbit de sa violèntzia.

Liberu - Lìberas Rispetadas Uguales

#Liberu

 

lunedì 16 novembre 2020

Ospedali sotto pressione, è allarme. In un mese i ricoveri sono triplicati.



 
La seconda ondata, se paragonata alla prima, è un palazzo di quattro piani: negli ospedali sardi sono ricoverate 570 persone positive al Covid, e di queste 60 hanno bisogno di cure intensive. A metà aprile erano più o meno 150, e solo 25 si trovavano in rianimazione. I contagi continuano a correre (ieri 370 nuovi casi, nell'ultima settimana la media giornaliera è di 417 positivi) e gli ospedali sono allo stremo: tutti gli operatori sperano che il piano d'emergenza varato dalla Regione alleggerisca al più presto la pressione sui reparti, ma servirà tempo. Nell'ultimo mese i ricoveri complessivi sono quasi triplicati.
 
I lavori. Oggi inizieranno i trasferimenti dei servizi ospitati al Binaghi di Cagliari, dove nel giro di dieci giorni dovrebbero essere allestiti 100 posti letto per i malati di Covid. Il Centro donna e lo screening della Mammella andranno al San Giovanni di Dio, così come la Diabetologia (una parte è destinata alla Cittadella della salute), mentre il Centro sclerosi si sposterà al Businco. Gli ingegneri
dell'Ats sono già al lavoro per far arrivare gli impianti di ossigeno-terapia, indispensabili per i ricoveri, in tutte le stanze.
 
Per quanto l'impegno sia massimo, sono necessari almeno dieci giorni prima di ricevere i pazienti. Nel cronoprogramma della Regione i ricoveri sono previsti a partire dal 26 novembre. Nel frattempo la sponda più importante per il Santissima Trinità, l'ospedale di riferimento per l'area cagliaritana, è il Marino, che in queste ore è stato trasformato in Covid hospital, mentre il Brotzu è destinato a diventare un presidio no-Covid, come ha spiegato il commissario straordinario dell'Ares Massimo Temussi.
 
Ambulanze. E proprio il pronto soccorso del Brotzu nella serata di sabato ha dovuto affrontare una pressione superiore alla media per via della temporanea chiusura del reparto di medicina d'urgenza del Policlinico di Monserrato: diciotto ambulanze in fila per l'accettazione e tempi d'attesa dilatati.
 
La protesta. L'ospedale più importante dell'Isola, spiegano i lavoratori, è vicino al collasso: «In otto mesi ben poco si è fatto per prepararsi al peggio. Nessun nuovo posto letto di terapia intensiva è stato messo in piedi e le iniziative più spinte ed importanti sono consistite nel chiudere ripetutamente mensa e bar, due servizi la cui chiusura crea grandi difficoltà sia per i dipendenti dell'azienda sanitaria che per i lavoratori del bar», raccontano i dipendenti in una lettera.
 
Le criticità riguarderebbero anche le misure di sicurezza anti-Covid: «In questi mesi di emergenza sanitaria molti dipendenti hanno fatto il tampone solo due volte. Praticamente niente, visto l'alto livello di rischio di contagio per i personale ed il conseguente elevato rischio di diffusione del virus all'interno dei reparti».
 
Il piano. Nel resto dell'Isola si lavora per aumentare il più possibile il numero dei posti letto disponibili, in particolare quelli di terapia intensiva. Al Santissima Trinità, viene spiegato nel piano d'emergenza della Regione, verranno ricavati sei posti nelle sale operatorie del reparto di Urologia. Al San Marino di Oristano saranno allestiti 9 postazioni nell'ex Rianimazione, e anche il San Francesco di Nuoro è al centro di una riorganizzazione per aggiungere una quindicina di posti letto, che si sommeranno a quelli dell'ospedale da campo realizzato di recente.
 
Il bollettino. Ieri nell'Isola sono stati superati i 15mila casi dall'inizio dell'epidemia. Quattro nuove vittime: «Due donne di 83 e 86 anni, residenti rispettivamente nella Città Metropolitana di Cagliari e nella provincia di Nuoro, e due uomini di 86 e 73 anni, residenti nella provincia del Sud Sardegna e in quella di Oristano», spiega il bollettino dell'unità di crisi regionale. Nelle ultime 24 ore sono stati eseguiti 3.386 tamponi, con un tasso di positività del 10,9 per cento. Le persone in isolamento domiciliare sono 9.650. Per fortuna corre anche il dato dei pazienti guariti: sono in tutto 4.605, 128 in più - se si contano le persone guarite clinicamente e quelle di cui è stato accertato un doppio tampone negativo - rispetto all'ultimo aggiornamento.
 
Michele Ruffi

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Federico Marini
marini.federico70@gmail.com
skype: federico1970ca

 

L’articolo è tratto da “L’Unione Sarda” del 16 Novembre 2020

Domenica 22. Trekking sui tacchi d'Ogliastra e Nuraghe Serbissi - Domenica 22 Novembre.


 


Evento organizzato da Nadir Sardinia - Tour & Adventure 

Nuraghe Serbissi Osini

domenica dalle ore 08:00 alle 19:30

Domenica 22 novembre ci attendono gli scenari incantevoli dei tacchi d’Ogliastra.

Superato il centro abitato di Osini ci inerpicheremo sulle pendici dell’omonimo Taccu lungo una strada asfaltata che, attraverso la maestosa scala di San Giorgio, ci condurrà all’inizio del nostro percorso. Lasciate le macchine percorreremo un facile sentiero che, tra panorami mozzafiato e foreste lussureggianti, ci condurrà al fantastico nuraghe Serbissi, il più bello e importante del Taccu di Osini.

Raro esempio di complesso nuragico ad alta quota (964 mt) posizionato in una panoramica rocca calcarea dalle ripide pareti. La struttura, si presenta in ottimo stato ed è composta da nuraghe quadrilobato, sorto sulla una grotta sottostante.

INFORMAZIONI SU PERCORSO

Distanza totale: 10 km complessivi
Grado di difficoltà: E (Escursionistico)
Dislivello positivo totale: 450 m
Tipo di Fondo:
60% sterrato/tratturo
40% sentiero

Appuntamento:
Domenica 22 novembre 2020, ore 8:00 via Tortolì 1, angolo via Mandas, fronte bar Serena, Quartucciu.
In alternativa incontro ore 10.00 Osini.
Rientro previsto ore 19:30 a Quartucciu.

Quota di partecipazione: € 20 con auto propria. Bambini fino ai 12 anni € 10.
Possibilità di passaggio in minibus.
Ticket d’ingresso Nuraghe Serbissi: € 3,00 da pagare in loco.

La quota comprende l’accompagnamento di una guida ambientale escursionistica AIGAE.

Nel rispetto del principio di sicurezza e della prevenzione del rischio che sempre ci guida, vi preghiamo di leggere il Regolamento Escursioni, cliccando su www.nadirsardinia.com nella sezione Eventi.

Vuoi saperne di più sui Livelli di difficoltà di un’escursione? LEGGI IL NOSTRO ARTICOLO

INFO & PRENOTAZIONI:


Fabio 333 3557875 – Claudia 392 1141730
Email: fa.perria@gmail.com
www.nadirsardinia.com – Facebook: Nadir Sardinia – Tour & Adventure
Instagram: @nadirsardinia

Equipaggiamento

Obbligatorio
• scarpe da trekking
• zainetto
• scorta idrica (2l min)
• pranzo al sacco
• kway

Consigliato
• cappello
• maglietta di ricambio

Foto By shorturl.at/bxz09

 

L’autodileggio dei sardi. Mario Tozzi. La civiltà nuragica. Di Francesco Casula.


 

 


 

Ci voleva uno straordinario divulgatore scientifico come Mario Tozzi, in una trasmissione della TV di Stato, a risvegliare i Sardi dall'autodileggio. Tozzi ci ha infatti ricordato che la Sardegna nel periodo nuragico ha espresso la più alta civiltà in Italia (e, occorre aggiungere, nell'intero Mediterraneo occidentale). Un Isola ricoperta di foreste. Con moltissime risorse: ad iniziare da quelle minerali (argento, rame, zinco). Con un clima mite. Con tre raccolti all'anno.

 

Peraltro assolutamente in sintonia e in linea con gli studi dei paleoclimatologi secondo cui nell'poca nuragica il clima era caldo umido con ampio sviluppo di flora lussureggiante di tipo tropicale e habitat favorevole alle specie animali. Il nuraghe si sviluppò soprattutto in questo momento climatico, forse anche a seguito di una maggiore spinta demografica derivata dalle migliorate condizioni di vita e di alimentazione proprio per effetto del clima e degli animali selvatici che fornivano cibo facile e abbondante per tutti (Franco Serra).

 

La maggior parte del clima del periodo nuragico era quello oggi classificabile come atlantico caldo-umido, proprio delle attuali fasce intertropicali, caratterizzato da temperature piuttosto elevate, moderata escursione termica, piovosità abbondante. La temperatura atmosferica media durante il mese più freddo dell’anno non era inferiore ai 18° centigradi per cui l’inverno era praticamente inesistente. Il numero dei giorni piovosi variava in rapporto alle diverse zone dell’Isola dai novanta ai centocinquanta l’anno. Insomma c’erano ogni anno dai 3 ai 5 mesi di pioggia. Le medie annue delle precipitazioni atmosferiche erano intorno ai millecinquecento-duemila millimetri (oggi oscilla fra i 400/500 millimetri).


Un altro studioso, Francesco Fedele, confermando le osservazioni del paleo climatologo Franco Serra ribadisce che una vegetazione ricca copriva il suolo dell’Isola e lo sviluppo delle specie selvatiche era proporzionato a questa ricchezza. L’alimentazione degli abitanti della Sardegna poteva dunque essere completa: frutti della terra, cereali, latte e derivati, grassi uova, miele, pesci e molluschi.

 

Numerosi prodotti spontanei forniscono sostanze per uso quotidiani: corna e palchi di erbivori per gli arnesi; lana per le vesti; legna da ardere e ramaglie per la costruzione delle pareti; legno scelto per ciotole e sughero per recipienti; frutti del lentisco e dell’olivastro, pestati, per olio da illuminazione e da condimento, orzo e frumento per farina. In ragione di questo clima molti storici parlano perciò di un’economia della Sardegna come economia dell’abbondanza: di carne, pesce, frutti naturali. Che produce, formaggi, sale, stoffe, vini. Oltre che oro, argento, rame  e anche la musica delle launeddas.

 

Francesco Casula

Saggista, storico della letteratura sarda

 autore del libro, tra gli altri, de “Carlo Felice e i tiranni sabaudi

 

16 Novembre 1940: i nazisti costituiscono il ghetto di Varsavia


 

(16 novembre 1940) Nella Polonia occupata i nazisti isolano il Ghetto di Varsavia dal mondo esterno, con un muro che lo circonda per tutti i quattro lati del suo perimetro. Il ghetto è un episodio della storia del popolo ebraico durato più di cinquecento anni. Tuttavia è anche qualcosa di più: è la parola che partendo da questa vicenda del passato ebraico (e di tutta l'Europa) definisce ogni forma di segregazione. Il ghetto è il simbolo di chi crede che gli uomini non siano tutti uguali, non vadano considerati fratelli e non abbiano tutti diritto alla stessa libertà.

 

"Ghetto" è una parola dalle incerte origini. Fra le possibili ne esiste una che appare più convincente. Nella Venezia di età moderna, "geto" (o getto) era il nome con il quale s’indicava la fonderia dei metalli. E fu proprio in una zona di Venezia presso cui esisteva un'antica fonderia in disuso che venne istituito il primo ghetto o geto della storia. Siamo nel 1516.

 

Il ghetto ebraico di Varsavia fu istituito dal regime nazista nella città vecchia di Varsavia e fu il più grande ghetto europeo. Il quartiere Nalewki, ricco di condomini e privo di spazi verdi, era la zona tradizionalmente abitata dalla comunità ebraica di Varsavia, allora la più numerosa al mondo dopo quella di New York. Oltre al polacco, vi si parlavano l'yiddish, l'ebraico ed il russo (dagli ebrei che erano fuggiti dalla Russia in seguito ai pogrom).

 

Prima dell’invasione tedesca della Polonia nel settembre 1939, nella zona abitavano anche non-ebrei e gli ebrei avevano piena libertà di spostarsi e stabilirsi anche negli altri quartieri della città. Sotto il Governatorato Generale Tedesco, l’istituzione del ghetto come luogo esclusivo di residenza coatta della popolazione ebraica fu il primo passo nel processo che avrebbe determinato, nel giro di pochi anni, l’applicazione della “soluzione finale”, ovvero allo sterminio organizzato della quasi totalità dei suoi abitanti.

All'inizio del 1943 i progressivi "trasferimenti" della popolazione del ghetto nei nuovi campi di sterminio ne avevano ridotto il numero di abitanti (persone in maggioranza ancora abili al lavoro), ma quando il 18 gennaio le SS vollero deportare ad est circa 8.000 operai, un gruppo di questi era in possesso di armi precedentemente contrabbandate nel ghetto e fece fuoco contro gli aguzzini, i quali, subite alcune perdite, si ritirarono velocemente. L'improvvisa reazione dei prigionieri non consentì nei due mesi successivi altri trasferimenti.

 

Il 17 aprile giunse a Varsavia il Brigadeführered SS- und Polizeiführer Jürgen Stroop, con l'incarico di reprimere qualsiasi fenomeno di ribellione che si fosse verificato nel ghetto ed il giorno successivo, su ordine diretto di Himmler, il suo compito fu specificato in "annientare gli ebrei ed i banditi del quartiere ebraico." Le operazioni di sterminio cominciarono il 19 Aprile.

 

I tedeschi entrarono nel ghetto dall'ingresso di via Snocza con due autoblindo, un carro armato francese preda bellica, due cannoni antiaerei e un cannone leggero, seguiti da una colonna composta da alcune decine di fanti dei 2090 uomini di cui Stroop disponeva. Questi, una volta giunti sulla via Zamenhof, vennero accolti dal tiro incrociato dei membri dell'organizzazione ebraica di combattimento, i quali decisero di combattere non con l'intento di sconfiggere gli invasori ma esclusivamente "come mezzo per morire con dignità, senza la minima speranza di vittoria".

 

Il 16 maggio Stroop comunicò a Berlino che il quartiere ebreo di Varsavia "non esisteva più" e fu fatta saltare anche la sinagoga grande di Varsavia, sita al di fuori delle mura del ghetto; l'operazione che avrebbe dovuto svolgersi in soli tre giorni durò quattro settimane e i tedeschi dichiararono la perdita di 16 soldati e di 90 feriti, contro l'uccisione di 56.000 ebrei e la deportazione dei superstiti. Dei 750 ebrei che parteciparono materialmente alla rivolta meno di 100 riuscirono a sopravvivere.