giovedì 2 aprile 2020

Tommaso Buscetta e la seconda guerra di mafia. V.@D



"Le dirò quanto basta perché lei possa ottenere alcuni risultati positivi, senza tuttavia che io debba subire un processo inutile. Ho fiducia in lei giudice Falcone, come ho fiducia nel vicequestore Gianni De Gennaro. Ma non mi fido di nessun altro. Non credo che lo Stato italiano abbia veramente l'intenzione di combattere la mafia.“ (Tommaso Buscetta)

(02 Aprile 2000) Muore di cancro, all’età di 72 anni, Tommaso Buscetta, il più importante pentito di mafia, che grazie alle due rivelazioni contribuì a delineare l'organigramma di "Cosa Nostra", le sue aree, sopratutto i suoi contatti politici e finanziari. Nei primi anni cinquanta fa il suo ingresso nel clan di Salvatore La Barbera. Negli anni sessanta e settanta è a capo dell’organizzazione mafiosa che, appoggiandosi alla mafia americana e alla malavita Corsa, gestisce il traffico di stupefacenti tra il Sud America, l’Europa e gli Stati Uniti.

Nel 1970 Buscetta soggiornò con falso nome tra Zurigo e Catania per partecipare ad alcuni incontri insieme a Salvatore Greco.  Nello stesso periodo venne arrestato a Brooklyn e immediatamente rilasciato dietro pagamento di una cauzione. In seguito, lasciò gli Stati Uniti e si trasferì in Brasile, da dove iniziò un traffico di eroina e cocaina verso il Nordamerica, creando in poco tempo  un sistema di trasporto aereo e costituendo una compagnia di taxi dove poter reinvestire il denaro frutto del traffico di stupefacenti.

Arrestato dalla polizia brasiliana il 2 novembre del 1972 e in seguito estradato in Italia, fu rinchiuso a Palermo nel carcere dell'Ucciardone e condannato a dieci anni di detenzione, poi ridotti a otto in appello, per traffico di stupefacenti. Nel suo deposito blindato in Brasile, le autorità trovarono eroina pura per un valore di 25 miliardi di lire dell'epoca

Alla fine degli anni Settanta la seconda guerra di mafia contrappose il clan dei Corleonesi (capeggiato da Totò Riina e Bernardo Provenzano) a quello che aveva governato Cosa Nostra fino a quel momento (Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti, Salvatore Inzerillo e altri). La lotta per il controllo della nuova fonte di ricchezza, la droga, provocò centinaia di morti.

Lo schieramento vincente dei Corleonesi decise di eliminare Buscetta perché strettamente legato a Bontate, Inzerillo e Badalamenti ma, a causa dell'impossibilità di ucciderlo poiché si trovava in Brasile, attuarono vendette trasversali contro i suoi parenti: tra il 1982 e il 1984 i due figli di Buscetta scomparvero per non essere mai più ritrovati, inoltre, gli ammazzarono un fratello, un genero, un cognato e quattro nipoti. Alla fine della guerra i suoi parenti morti saranno circa 12.

Dopo gli omicidi dei suoi familiari, Buscetta era intenzionato ad uccidere il suo capofamiglia Pippo Calò, il cassiere della Mafia, che aveva fatto causa comune con i Corleonesi. Per questo avviò una corrispondenza con il suo associato Gerlando Alberti: cercava appoggi per poter tornare a Palermo; però Alberti fu ucciso in carcere e quindi il piano fallì.

L’arresto, avvenuto nel 1983, trova un Buscetta convinto a collaborare con la giustizia. Le sue confessioni sono fondamentali per le inchieste del giudice Giovanni Falcone. Nel 1984 lo stesso Buscetta fu estradato negli Stati Uniti ricevendo dal governo una nuova identità, la cittadinanza e la libertà vigilata in cambio di nuove rivelazioni contro la Cosa Nostra americana, testimoniando nel 1986 al Maxiprocesso di Palermo (nato dalle dichiarazioni rese a Falcone) e nel processo "Pizza connection", che si svolse a New York e vide imputati Gaetano Badalamenti e altri mafiosi siculo-americani accusati di traffico di stupefacenti.

Nel settembre 1992, in seguito agli attentati in cui morirono Falcone e Borsellino, Buscetta iniziò a parlare con i magistrati dei legami politici di Cosa Nostra, accusando gli onorevoli Salvo Lima (ucciso qualche mese prima) e Andreotti di essere i principali referenti politici dell'organizzazione. In particolare Buscetta riferì di aver conosciuto personalmente Lima (capo della Democrazia Cristiana in Sicilia, primo referente di Giulio Andreotti) fin dalla fine degli anni cinquanta e di averlo incontrato l'ultima volta nel 1980 durante la sua latitanza.

Riferì inoltre di aver saputo che l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli (1979) sarebbe stato compiuto nell'interesse del sette volte capo del Governo: per via di queste sue dichiarazioni, Buscetta fu uno dei principali testimoni dei processi a carico di Andreotti per associazione mafiosa e per l'omicidio Pecorelli. Andreotti verrà assolto dall'accusa di aver commissionato l'assassinio di Pecorelli, mentre gli altri reati subiranno la prescrizione: in poche parole, i procedimenti su Andreotti furono archiviati.

Dopo aver fatto parlare di sé per una crociera nel Mediterraneo, Buscetta muore di cancro nel 2000 all'età di 72 anni, non prima di aver manifestato, in un libro-intervista di Saverio Lodato (ed. Mondadori, 1999), il suo disappunto per la mancata distruzione di Cosa Nostra da parte dello Stato italiano

V.@D.




La Regione finanzia il privato mentre il pubblico è agli sgoccioli. Liberu – Lìberos Rispetados Uguales


Sarebbe bello se le ultime notizie sulla gestione dell’emergenza Covid fossero solo un pesce d’aprile. Invece purtroppo pare che sia proprio tutto vero, e che a farne le spese siano come al solito pazienti, personale e contribuenti sardi. Infatti dopo giorni di misteri e di notizie non confermate, è finalmente comprovato che l’assegnazione dei reparti Covid alle aziende private da parte della Regione rappresenta un servizio con una spesa ulteriore rispetto alla valanga di milioni che ricevono normalmente.

Basti ricordare che oltre ad essere sempre in vigore l’accordo che prevede 60 milioni e mezzo annui destinati al solo Mater Olbia, giusto il 12 gennaio scorso questa giunta ha stanziato 99 milioni di euro per otto cliniche private, aumentando ulteriormente il finanziamento rispetto all’anno precedente. In quell’occasione Andrea Pirastu, presidente regionale dell’Associazione case di cura (private), si disse moderatamente soddisfatto dell’aumento delle tariffe ma contestò che “Da noi sono bloccate da troppo tempo”.

Ebbene pare che con l’epidemia la Giunta Solinas corra nuovamente in soccorso delle povere aziende private, che si vedono assegnare i reparti Covid profumatamente pagati. La tariffa per ogni posto letto è infatti stabilita tra i 250 e i 900 euro al giorno, con aumenti che vanno dal 22 al 30%, forniti dalle casse regionali. A queste spese vanno aggiunti i farmaci, totalmente a carico del servizio sanitario regionale. Inoltre la Regione rimborserà a questi ospedali privati anche il 100% delle spese per le analisi dei tamponi effettuati nei tre laboratori autorizzati. Queste tariffe sono state proposte dalle strutture private e immediatamente accettate dall’Ats. L’assessore alla Sanità Nieddu ha dichiarato che a causa dell’emergenza era “impossibile procedere a un’istruttoria” e quindi “si è ritenuto di considerare eccezionalmente valide le stime proposte dall’operatore privato”.

Nessuno sa invece perché la Giunta abbia preferito coprire d’oro le strutture private per attrezzarle, poi finanziarle, poi ripagarle per l’emergenza, poi accettare senza batter ciglio un ulteriore aumento dei costi ed anche pagare medicinali e tamponi, invece di approntare i reparti Covid nelle strutture pubbliche. Magari proprio in quegli ospedali che da tempo si sta facendo tutto il possibile per chiudere e per cui sono scesi in piazza decine di migliaia di cittadini.

Se il pubblico finanzia il privato, gli fornisce tutti i mezzi, ma poi per usufruire dei servizi da essi derivati ripaga per giunta con un prezzo maggiorato, sarebbe quantomeno sensato che tutti questi mezzi restassero al pubblico, potenziando le strutture e risparmiando parecchi finanziamenti. Ma evidentemente la Giunta ha ben altri orientamenti, se è vero come è vero che nelle stesse ore in cui si copre d’oro la sanità privata, in quella pubblica gli operatori sono costretti a condurre questa battaglia con pochi mezzi, poco personale, enormi rischi causati dalla carenza anche delle più elementari e poco costose misure di sicurezza.

E’ giusto di ieri la notizia del sit in di protesta a Badu ‘e Carros dei medici degli istituti penitenziari, che in piena emergenza Covid e con tutti i pericoli conseguenti al costante sovraffollamento carcerario, si vedono tagliare 1200 euro dallo stipendio da parte dell’Ats, sebbene abbiano un contratto autonomo.

Insomma, mentre negli ospedali della Sardegna medici e infermieri combattono disperatamente giorno e notte per combattere l’epidemia e salvare la vita alle persone, mentre dappertutto si cerca di produrre artigianalmente anche le mascherine che le istituzioni non possiedono, la politica dell’assessore Nieddu pare proprio essere quella di tagliare dal pubblico per finanziare profumatamente il privatoUna specie di Robin Hood al contrario, che toglie ai poveri per dare ai ricchi. Che sia quello l’omino che porta sempre sul bavero della giacca?

Liberu – Lìberos Rispetados Uguales


Lavoratori autonomi e lavoratori in nero: doppia proposta per superare la crisi


Lavoratori in nero, record di richieste d'aiuto

«Sa quanti lavoratori in nero stanno chiamano l'Inps per avere un assegno? Moltissimi». Piero Agus è il presidente del Comitato regionale sardo dell'Istituto nazionale di previdenza sociale, un ex sindacalista di lungo corso (sponda Cisl) prestato alla previdenza. Il decreto del presidente del Consiglio del 17 marzo scorso ha sospeso tutti i comitati regionali sino al primo giugno ma questo non impedisce ad Agus di essere informato su ciò che accade.

«La maggior parte delle telefonate che riceviamo in questo periodo sono di lavoratori in nero che chiedono come possono avere il reddito di emergenza che spetterà anche a loro ma che in questo modo si autodenunciano. La mole di chiamate fa pensare che il fenomeno del sommerso sia sottovalutato».

Secondo il ministero dell'Economia e delle Finanze si tratta di una platea di 3,7 milioni di persone che comprende sia chi lavora completamente in nero che i cosiddetti lavoratori discontinui, quelli che riusciranno a dimostrare di aver lavorato anche per brevissimi periodi di una-due settimane negli ultimi due anni e che, secondo quanto anticipato dal Governo, dovrebbero ricevere un mini-assegno da 400 euro non appena, entro metà aprile, sarà varato il nuovo decreto che dovrebbe stanziare circa 30 miliardi.

«L'emersione del sommerso è uno dei temi che abbiamo sempre posto ai nostri interlocutori politici», osserva la segretaria generale della Uil Francesca Ticca, «e il fatto che in questa fase molti si stiano sostanzialmente autodenunciando per ragioni di sopravvivenza deve far riflettere su chi regge l'economia in Italia. Questa situazione ci aiuterà ad avere una fotografia più fedele del sommerso e quando tutto questo finirà dovremo parlarne. Ma è un tema che riprenderemo in tempo di pace».

Piero Agus racconta anche che il sovraccarico di lavoro a cui è sottoposto l'Inps sta creando problemi anche ai circa 13mila dipendenti dell'istituto che stanno lavorando da casa. «C'è un lavoro immane e il sistema non sempre regge». (f. ma.)

(F.M.)


Sussidi agli autonomi, proposta Acli ai Comuni

Molte delle attività nei Comuni di piccole e medie dimensioni o nei quartieri popolari delle città non solo sono ora in difficoltà ma rischiano di non resistere alla riapertura o di non riaprire nemmeno. Per essere salvate hanno bisogno di sostegno immediato e dalle Acli arriva una proposta che consente di superare le criticità, che riguardano soprattutto i tempi, dei provvedimenti varati dal governo per il sostegno delle piccole imprese e partite Iva.

Soldi dai comuni Partendo dalla necessità di «curare la dimensione economica quanto la dimensione sociale, soprattutto nella trama dei piccoli centri, dove è possibile ricercare e costruire una rigenerazione comunitaria, rispetto alle città di più grandi dimensioni», il presidente regionale dell'associazione, Franco Marras, propone che i comuni assumano l'iniziativa di un sostegno ai 10-15 artigiani e professionisti della propria comunità attraverso un contributo a fondo perduto, a salvaguardia del tessuto sociale ed economico locale, attraverso l'utilizzo dell'avanzo di amministrazione dove ci fosse o attraverso la possibilità di accedere ad un prestito presso le banche da restituire attraverso una piccola quota di fiscalità comunale, anche di addizionale Irpef, da parte dei cittadini più protetti per un fondamentale aiuto ai concittadini in difficoltà.

Massimo 10mila euro L'idea è che «con un contributo non superiore ai diecimila euro, il nostro barbiere, la parrucchiera, l'estetista, il calzolaio, il carpentiere, il muratore, il falegname possano affrontare questi mesi di difficoltà che andranno oltre il tempo delle restrizioni abbiano una possibilità di proseguire nel loro servizio in quella comunità, riaprendo la propria attività», spiega Marras.

«Un meccanismo senza burocrazia nazionale o regionale, con il controllo diretto dei cittadini che saprebbero chi ne ha usufruito, come quando si sostengono le attività culturali o sportive, e se arrivassero dalla Regione o dallo Stato altre risorse, queste andrebbero a coprire altri interventi. Se poi arrivassero soldi ai Comuni dallo Stato o dalla Regione questi potrebbero essere usati per altri interventi che non siano esiziali e possano sopportare i tempi e i controlli, giusti, che servono quando si utilizzano soldi pubblici».

Tempi rapidi Per il presidente delle Acli, «occorre valutare questa possibilità che sarebbe rapidissima da attivare senza le lungaggini di procedure che rischiano di rendere inutile qualsiasi forma di aiuto che, se non immediato, rischia di arrivare quando il paziente non ne avrà utilità perché passato ad altra condizione. E solo i Comuni sono le istituzioni in grado di garantire i cittadini della trasparenza quanto dell'interesse di attivare un processo di rigenerazione comunitaria, vitale per le piccole comunità, indispensabile per le piccole attività artigiane e professionali. Per una volta, dire “prima i meanesi”, o “prima gli orgolesi” sarebbe una cosa sensata e giusta».

Entrambi gli articoli sono tratti da “La Nuova Sardegna” del 02.04.2020

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Federico Marini
skype: federico1970ca


mercoledì 1 aprile 2020

La barra dritta, sopratutto nella tempesta. Di Lucia Chessa.


Io lo so che prima o poi si dovrà riaprire e so che tutti guardiamo, in mille modi, a quel momento. Ma mi preoccupa una cosa. Abbiamo una comunità medico/scientifica che, unanimemente, raccomanda prudenza, isolamento sociale e ci indica ogni giorno che non è affatto finita. Allo stesso tempo vedo l’insofferenza alle restrizioni che monta si diffonde, gli appelli alla Renzi, la voglia di ripartire come se niente fosse, la tentazione a minimizzare.

Enfatizziamo, forse perché ne abbiamo bisogno, piccole flessioni nel Nord Italia tendendo ad ignorare che al sud l’epidemia cresce, lentamente, come del resto lentamente è cresciuta, senza destare particolari allarmi, prima di esplodere, in Lombardia, in Spagna, in Veneto. Da noi in Sardegna cresce paurosamente benché, pare, localizzata nel sassarese, ma i numeri sono falsati dall’esiguità dei tamponi effettuati, ed io non oso pensare cosa sarebbe accaduto senza chiudere le scuole, senza le restrizioni, senza fermare la circolazione delle persone. E non oso pensare cosa potrebbe accadere.

La sanità sarda, la sua dotazione di spazi, strumenti, persone, non è quella veneta e lombarda e se non ci sono posti in terapia intensiva e non c’è personale adeguato ed adeguatamente equipaggiato, semplicemente, si muore. Mi preoccupa la pressione che cresce, su chi deve decidere, affinchè si allentino le restrizioni ed io temo che, alla fine, si possa cedere a queste pressioni senza ben calcolarne l’impatto.

E ancora di più mi preoccupa un allentamento non governato, non organizzato, non accompagnato da test diffusi, quando ce ne saranno le condizioni, per accertare chi è malato, chi è asintomatico, chi è immune, chi è sano. Perché, certo che bisogna ripartire quanto prima, e bisogna anche prepararsi a correre stringendo i denti, ma altrettanto certo è che occorre farlo i sicurezza.

In molti avete ironizzato sul cinismo di Boris Jonson, e ve ne siete indignati. Attenzione a non arrivarci noi ora, per stanchezza e per rinuncia, per paura di cosa ci sarà dopo le serrate. Attenzione perché non possiamo permettercelo. Altro che discorsi sulle passeggiatine dei bambini e dei cani. Spero davvero, questa volta, che chi deve decidere sia in grado di tenere la barra dritta, la testa a posto, i pensieri lucidi ed orientati al bene comune. La vita anzitutto.

Lucia Chessa

L'Italia è sul picco e conta i morti La discesa sarà lenta





Con più di 105mila contagiati, oltre 77mila italiani tuttora positivi e quasi 12mila e 500 morti, l'Italia raggiunge il picco del contagio. Ma non è una vetta quanto un “plateau”, un altopiano che va percorso tutto prima di intravedere la discesa. A un mese e mezzo dal 20 febbraio, quando a Codogno è stato diagnosticato il coronavirus al 38enne Mattia, gli scienziati pronunciano la parola tanto attesa da tutta Italia. Che non significa però la fine delle misure di contenimento e del distanziamento sociale: per le prime, si andrà avanti almeno fino a Pasqua; al secondo, dovremmo abituarci per mesi.«Arriverà il giorno - dice il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli - che dimenticheremo questa pratica. Ma per i prossimi tempi il distanziamento deve essere la nostra regola ferrea».

La circolare del Viminale Certo, c'è un allentamento importante almeno dal punto di vista della salute psicologica: ora un genitore (uno alla volta) può uscire di casa e camminare con i figli minori «purché in prossimità della propria abitazione». La possibilità vale anche per chi deve accompagnare un anziano o un disabile. Lo precisa l'ennesima circolare inviata dal Viminale ai prefetti.

Si mette quindi fine al paradosso per cui si poteva portare a prendere un po' d'aria un cane ma non un bambino. Nessun cedimento su tutte le altre regole. Anzi, il governatore campano Vincenzo De Luca mantiene in vigore la più restrittiva ordinanza regionale che vieta i due passi sotto casa: «Vi sono realtà del Paese dove sta arrivando solo ora l'ondata più forte di contagio. Si rischia, per una settimana di rilassamento anticipato, di provocare una impennata del contagio».

Meno terapie intensive D'altronde aver raggiunto il picco non è certo una vittoria definitiva, con i numeri della pandemia che rappresentano la fotografia più cruda della catastrofe, assieme ai camion militari che continuano a portare le bare verso i forni crematori in tutta Italia. Anche ieri un'ecatombe: 837 vittime in un giorno, 35 l'ora.

Nella tragedia ci sono però anche numeri incoraggianti. Continuano a calare i nuovi ricoveri: il 26 marzo l'incremento era stato di 1.276, sabato di 710, domenica di 409, lunedì di 397. Con la Lombardia che ospedalizza solo 68 nuovi pazienti e l'Emilia che ne ha invece 14 in meno. Calano anche i nuovi ingressi in terapia intensiva: ieri 42, lunedì erano 75, il 26 marzo 120. Per la prima volta, inoltre, la Lombardia fa registrare due pazienti in meno in terapia intensiva. E anche le percentuali confermano il rallentamento: l'incremento del totale dei contagiati passa dal 4,15% di lunedì al 3,98% di ieri e quello delle terapie intensive dall'1,92% all'1,06%.

Il test alla Consulta Tra i nuovi contagiati anche la presidente della Corte Costituzionale: Marta Cartabia si è sottoposta al test, dopo aver accusato alcuni sintomi, ed è risultata positiva. Al momento, fanno sapere dalla Consulta, «è in buone condizioni generali e si trova in isolamento nella sua abitazione a Milano, da dove continuerà a seguire i lavori e l'attività della Corte costituzionale, secondo la programmazione prevista, attraverso i sistemi telematici già predisposti».

Secondo gli scienziati i dati di questi giorni hanno un valore preciso. «La curva ci dice che siamo al plateau e dire che siamo al plateau vuol dire che siamo arrivati al picco» sottolinea il presidente dell'Iss Silvio Brusaferro, che però avverte: «Dal pianoro l'epidemia può ripartire». Inoltre, l'ormai famoso 'R con zero - l'indice di trasmissione del virus - è vicino all'uno (un positivo ha la potenzialità di infettare una persona, ndr) ma va portato almeno allo 0,5.

Articolo tratto da L’Unione Sarda del 01.04.2020

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Federico Marini
skype: federico1970ca