venerdì 23 luglio 2021

Ristoranti, cinema, palestre: Green pass dai 12 anni in su


 

La Sardegna resta in zona bianca. Ed è questo il primo risultato che arriva dopo l'approvazione da parte del Consiglio dei ministri del decreto che stabilisce i nuovi parametri per l'assegnazione delle fasce alle Regioni. Per il resto, e quindi per il Green pass, le anticipazioni e le ipotesi avanzate sino a ieri hanno trovato conferma al 90%. Cambia la data, ad esempio: il Green pass, a partire dai 12 anni, bisognerà sempre averlo in tasca dal 6 agosto, quando servirà anche per sedersi al tavolo all'interno di un bar. L'obiettivo è chiaro: portare a vaccinare il più alto numero di italiani. Infine è arrivata la decisione di prorogare lo stato di emergenza fino al 31 dicembre.

Ma se l'Isola da un lato mantiene la fascia bianca nazionale, dall'altra perde invece la zona verde europea, retrocedendo in quella gialla insieme a Sicilia, Lazio e Veneto. I nuovi parametri Dopo lunghe trattative il Governo ha scelto la via più diplomatica. Con l'obiettivo di mantenere l'Italia in bianco sino a fine estate e nello stesso tempo difendere i territori dall'ondata della variante Delta che ogni giorno che passa diventa sempre più imponente. Per il passaggio in fascia gialla infatti resta l'incidenza dei 50 casi ogni 100mila abitanti ma non sarà più determinante per abbandonare il bianco.

Lo saranno invece gli indicatori ospedalieri cioè l'occupazione dei posti letto da parte di pazienti Covid nelle terapie intensive e nelle aree mediche. Quelli per entrare nella zona gialla sono stati stabiliti al 10% per le terapie intensive e contemporaneamente 15% per gli altri reparti, 20 e 30% per entrare in zona arancione, infine 30 e 40% per le zone rosse.

Passaporto sanitario. Dal 6 agosto il Green pass sarà davvero un lasciapassare per gli italiani a partire da 12 anni senza il quale in sostanza sono costretti a fare un tampone anche per andare a cena in un ristorante al chiuso. Basterà anche una sola dose per stare nei bar e ristoranti al chiuso (e in tutti quei locali dove si consuma al tavolo) ma anche per assistere agli spettacoli o ad avvenimenti sportivi. E bisognerà presentarlo all'ingresso per poter accedere in piscina, palestra, parchi di divertimento, sale da gioco, terme; o per partecipare a fiere, sagre, convegni e concorsi. Cinema e teatri Green pass obbligatorio anche per entrare nei cinema e teatri, dove però potranno cambiare i limiti di capienza. 

In zona bianca viene fissato un tetto all'aperto di 5.000 persone e al chiuso di 2.500 persone, in fascia gialla invece oltre alla certificazione occorre mascherina e distanziamento, ma gli spettatori potranno salire all'aperto dagli attuali mille fino a un massimo di 2.500 e al chiuso da 500 a mille.

Spostamenti e scuola Nel Consiglio dei ministri di ieri invece non si è discusso dell'uso del Green pass per gli spostamenti (quindi restano in vigore le norme attuali, e cioè ci si può spostare in Italia anche con una sola dose, e dai Pesi Europei si può arrivare anche senza aver completato il ciclo vaccinale), per la scuola (nessuna decisione se rendere obbligatori i vaccini oper i prof).

La quarantena sarà ridotta per chi ha il Green pass. «Evitiamo le chiusure» «Vogliamo evitare che una crescita del contagio porti a nuove chiusure generalizzate e lo strumento fondamentale è proprio quello della vaccinazione. Quindi il messaggio che vogliamo dare nel modo più fermo è di vaccinarsi se vogliamo provare a metterci alle spalle una situazione difficile», ha sottolineato il ministro della Salute Roberto Speranza.

Le reazioni. «Contavamo su una stagione estiva più tranquilla, ma la situazione attuale ci preoccupa», avverte il presidente di Confindustria Centro Nord Sardegna Giuseppe Ruggiu. Per evitare che l'isola paghi con l'allontanamento dei turisti l'aumento dei contagi, gli operatori benedicono il Green pass: «Continuiamo a pensare che debba essere la carta di accesso all'isola», sostiene Nicola Monello, di Confindustria CNS.

Protesta a Torino. Ieri sera in Piazza Castello, a Torino, il No paura Day, contro il Green pass e l'obbligo vaccinale. «La Digos ha contato 2000 persone e quindi siamo almeno il doppio. Facciamo vedere a tutti cosa vuol dire uomini liberi», ha detto uno speaker mentre la gente scandiva il grido libertà.

 

Michele Masala

 

Articolo “La Nuova Sardegna” del 21.07.2021

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Federico Marini

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giovedì 22 luglio 2021

Cittadini soli, demoralizzati e diffidenti. Vaccino sì, vaccino no.


 

Dinanzi alla questione del vaccino, stiamo assistendo all’ennesimo fallimento della società capitalista. Una società dove l’individualismo e il materialismo sono stati portati  all’estremo. Una società che non mette al centro l’uomo ma solo alcuni uomini, quelli in grado di accumulare profitto e immense ricchezze. Profitti ammassati grazie allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, profitti nascosti nei paradisi fiscali, profitti utili solo a ingigantire l’immenso ego dei capitalisti, feroci e insaziabili come i più voraci dei predatori.

Noi (con “noi” intendo la società civile) dovremmo lottare con questo stato di cose, dove il cittadino è considerato come mero consumatore, e negli anni portato a odiare le istituzioni, soprattutto quelle che gli sono lontane. Un cittadino isolato, spaventato, non più in grado di fidarsi del suo prossimo, sobillato da mass media e social network che giorno dopo giorno gli urlano in faccia il fallimento morale di tutta la società occidentale, quella in cui vive. Per questo si isola, mai concepirebbe insieme al proprio simile delle forme di lotta che potrebbero determinare un miglioramento della propria condizione. Vive nella solitudine, e quando si aggrega lo fa per dimenticare i problemi, magari annegarli nelle numerose droghe che la società ci mette a disposizione. Una volta aggregato il cittadino non parla più dei problemi che lo riguardano, ne ha sentito talmente parlare alla radio, alla televisione, sui social che il suo unico desiderio è fuggirli, e non pensarci più.

Un cittadino dunque solo, diffidente e sfiduciato, che guarda gli immensi bastioni del capitalismo mondiale con sospetto. Ora si ritrova ad aver a che fare col capitalismo sanitario, e ne ha paura. Ha imparato che l’uomo per il denaro è pronto a tutto, dunque, in base a questa deduzione, le case farmaceutiche potrebbero fornire dei vaccini i cui effetti nefasti potrebbero maturare nel tempo, se non subito. “Perché dovrebbero parlarci degli effetti collaterali, se stanno facendo così tanti soldi?”

Una paura e una diffidenza che avvolge ogni cosa, molti diffidano persino del proprio medico di famiglia, parte volontaria o involontaria di quei meccanismi che hanno imparato a odiare/diffidare. Chissà, forse fanno bene, la controparte è tutt’altro che affidabile. Io non andrei da nessun “no vax” a dirgli che sbaglia, non ho nessun elemento per suggerirglielo, altrimenti lo farei. Lo stesso concetto che io mi vaccino, ma lascio gli altri liberi di scegliere è frutto non di un pensiero libertario, ma piuttosto del presentimento che questi potrebbero avere anche ragione.

Domandiamoci perché le persone hanno perso fiducia in chi dovrebbe indirizzarli, non perché decidano di non vaccinarsi. Per trovare le risposte occorre scavare in anni, se non secoli, di mostruosità istituzionalizzate.

Vincenzo Maria D'Ascanio

https://vincenzomariadascanio.blogspot.com/

mercoledì 21 luglio 2021

Dall'inizio di luglio nel capoluogo e nell'hinterland più della metà dei casi Zona bianca, le Regioni chiedono margini più ampi per il criterio dei ricoveri. Adesso c'è Cagliari al centro del contagio.


 

La variante delta gonfia le vele dell'epidemia e spinge in alto i contagi. Soprattutto nel Cagliaritano: dall'inizio del mese in Sardegna ci sono stati 1.480 nuovi casi. Più della metà, 837, sono stati riscontrati nell'area metropolitana di Cagliari. Gli ospedali continuano ad essere in una condizione di relativa tranquillità con reparti Covid e terapie intensive semivuote. Le regioni hanno visto un atteggiamento possibilista da parte del Governo, disponibile a rivedere – proprio alla luce di questa nuova fase della pandemia - i criteri per stabilire le "colorazioni" delle zone d'Italia e le conseguenti norme di contenimento del virus. E per questo rilanciano.

Appena il Governo ha fatto filtrare l'ipotesi di un passaggio in zona gialla solo con terapie infettive occupate al 5 per cento e reparti Covid occupati al 10, ecco la controproposta: sollevare ancora questo limite per portarlo al 15 per cento per le terapie intensive e al 20 per l'area medica. La linea è passata ieri in Commissione salute della conferenza delle Regioni e sarà sottoposta oggi alla Cabina di regia nazionale e al Governo.

Nel frattempo però la Sardegna deve fare i conti con l'aumento dei contagi. E se sino a poche settimane fa era la provincia di Sassari ad avere costantemente il primato delle nuove positività, da qualche giorno il rapporto si è ribaltato: è l'area metropolitana di Cagliari quella più colpita dalla pandemia. Come mai? «Abbiamo fatto delle ipotesi - dice Sergio Marracini, direttore dell'ospedale Covid Santissima Trinità di Cagliari -. Crediamo che il virus si sia diffuso maggiormente nella zona di Cagliari perché è lì che si sono avute le maggiori concentrazioni di persone. Occasioni conviviali, eventi, matrimoni, e alcune di queste occasioni le conosciamo, che hanno scatenato dei focolai.

Nelle aree più affollate per questa variante è più facile diffondersi. Soprattutto sui giovani, che si riuniscono, si incontrano. E questo ovviamente accade di più nei grandi centri urbani che nei paesi».I dati potrebbero anche peggiorare nei prossimi giorni: «Stiamo iniziando a pagare i festeggiamenti per gli Europei. Ovviamente a Cagliari c'era più gente in strada. Questa variante ha un tempo di incubazione più corto rispetto alle precedenti e quindi stiamo già registrando i primi contagiati per gli assembramenti di una settimana fa» Marracini smentisce anche la convinzione che gran parte dei casi sia legato ai turisti: «Non conosco i dati sui contagi, ma almeno per ciò che riguarda i ricoveri posso dire che l'incidenza maggiore è sui giovani mentre è bassa sui turisti».

È possibile che il maggior numero di contagi nel cagliaritano possa essere interpretato con una minore diffusione delle vaccinazioni nel territorio? «Non credo proprio. A quanto mi risulta nelle periferie la vaccinazione è meno accettata che nelle aree urbane. Credo che la lettura sia più semplice: il vettore più diffuso sono i giovani che si incontrano soprattutto in città, dove hanno più occasione per avvicinarsi».All'impennata dei contagi non corrisponde un proporzionale aumento dei ricoveri e questa è la carta che le Regioni vogliono giocarsi per mantenere la zona bianca: per questo chiedono al Governo il cambio di classificazione con soglie del 15% d'occupazione nelle terapie intensive e il 20% nelle degenze ordinarie, con la possibilità di introdurre elementi di flessibilità per le Regioni più piccole.

Nelle raccomandazioni anche la valutazione del peso della popolazione vaccinata e il numero dei test effettuati. Secondo l'assessore della Sanità, Mario Nieddu, l'ipotesi del 5 e del 10 per cento è invece troppo restrittiva. «Avremmo ritenuto più opportuno - dichiara l'assessore Nieddu - mantenere le soglie di occupazione già previste, al 30% per le terapie intensive e al 40% per l'area medica. Bene l'ipotesi dell'introduzione di criteri di flessibilità. Bisognerà vedere come la Cabina di regia e poi il Governo recepiranno le nostre indicazioni.

Nieddu ha anche avanzato un'ulteriore richiesta per la concessione di una moratoria sui cambi di fascia nel caso in cui non si arrivasse a un accordo sui nuovi criteri entro i termini stabiliti per il monitoraggio settimanale.«L'emergenza - prosegue l'assessore Nieddu - mostra uno scenario profondamente cambiato per il crescente numero dei vaccinati, che in Sardegna sfiora quasi il 50% per quanto riguarda le persone che hanno completato il ciclo vaccinale. Se l'impatto sul sistema sanitario resta basso occorre agire di conseguenza e guardare in avanti». Nieddu rivolge un appello ai cittadini: «Occorre ancora il massimo impegno da parte di tutti. Gli indecisi devono capire che questa è la strada giusta per lasciarci alle spalle un'emergenza che per tutta l'Isola ha avuto un peso enorme».

di Roberto Petretto

 

Articolo “La Nuova Sardegna” del 21.07.2021

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Federico Marini

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martedì 20 luglio 2021

Vent'anni fa, il G8 di Genova. Un'esperienza personale. Di Vincenzo Maria D'Ascanio.


 

Proprio in questi giorni del Luglio 2001 andai a Genova. Dovevo lavorare per la stagione estiva, ma volevo partecipare al G8. Ero curioso, da diverso tempo i giornali ne parlavano e la tensione si alzava, ma non potevo prevedere che sarebbe accaduto l'irreparabile. Avevo già partecipato ad altre manifestazioni, ma nessuna aveva sopportato il carico di tensione di quel G8, e sopratutto nessuna era mai stata di quella portata.

Non eravamo in tanti, la manifestazione era cominciata il giorno precedente. Tuttavia, tra i compagni presenti nella nave circolava una voce sempre più insistente, di cui non si comprendevano gli esatti contorni: era stato ucciso un ragazzo, ma non si comprendevano le ragioni e sopratutto non si sapeva se fosse uno dei nostri dei nostri o uno dei loro, pur constatando amaramente che, in ogni caso, una giovane vita era stata spezzata. In effetti, qualcuno mi disse che era stato ucciso un membro delle forze dell'ordine. "Se c'era tensione," pensai, "ora scoppia un putiferio..."

L'indomani, al risveglio, notai che il nostro traghetto era circondato da alcuni elicotteri, e quando uscii sul ponte mi accorsi che la nave non attraccava nel porto di Genova, ma piuttosto in un piccolo porto non lontano. Camionette dei Carabinieri e della Polizia ci aspettavamo alle fine della scalette, per altro col mitra spianato. Domandai a un ragazzo come potevo arrivare a Genova: lui mi rispose che tutta le strade erano bloccate per decisione del Prefetto, e alla mia poche rimostranze mi disse degli incidenti e della morte di un manifestante. Quando si tolse il casco lo guardai con maggiore attenzione: poteva avere la mia stessa età, 19 o al massimo 20 anni.

Soltanto in seguito compresi che proprio la giovane età di Carabinieri o Poliziotti si sarebbe rivelato un fattore determinante, proprio in relazione ai disordini: quando si tratta di gestire l'ordine pubblico è necessaria esperienza, perché in determinati casi la giovane età non è buona consigliera.

A conti fatti mi resi conto che in nessun caso sarei arrivato a Genova. Quella mattina provai un profondo rammarico, perché nella mia facoltà di Scienze Politiche si era parlato a lungo della manifestazione. Inoltre ero certo che vi avrei incontrato altri compagni arrivati dalla Sardegna. Resta ancora il pensiero di come sarebbe stato parteciparvi in prima persona, e non soltanto viverla attraverso i racconti degli altri. Non so, una parte di me, a Genova, voleva esserci ma un'altra parte, quella più codarda, mi sussurra che forse è stato meglio così. Uno dei classici conflitti interiori combattuti tra i tanti "io" che mi compongono.

In questa foto, scattata circa dieci anni dopo al Circolo PRC di Quartu S. Elena, presentavo il mio libro insieme a Giuliano Giuliani, il padre di Carlo, il ragazzo ucciso durante gli scontri. Per me fu un grande onore, per questo ringrazio il compagno Manrico Casini per avermi dato la possibilità di conoscere una persona straordinaria. Su quel G8 si è detto tanto, ma nessuna parola, nessuna immagine, potrà eguagliare il mio ricordo degli occhi di Giuliano, mentre osservava le immagini del figlio morto. Lui Carlo l'ha visto nascere, l'ha visto prima bambino e poi adolescente, l'ha osservato dare i primi calci a un pallone, forse l'avrà accompagnato nel suo primo giorno di scuola... e infine l'ha visto diventare un ragazzo, purtroppo mai un uomo.

Sarò stucchevole, ma considero che quella notte non sia stata inutile. Inoltre, oggi vivo nell'assoluta convinzione che le battaglie (non comprese) di quella generazione, se accolte avrebbero reso il nostro pianeta più giusto e vivibile. Protestavamo contro le guerre preventive, che tanti danni hanno creato nel mondo. Chiedevano regole per il lavoro, che poi furono annientate, soprattutto, chiedevamo un mondo più umano, lontano dalle logiche del profitto e della globalizzazione. Ora penso a quelle parole che ci etichettavano, come no global, che oggi ha perso quasi senso, se penso ai sovranismi di questi ultimi anni.

Noi non eravamo di certo sovranisti, eravamo no global, una cosa ben diversa. Il nostro movimento voleva contrastare la deriva del capitalismo, che avrebbe voluto annullare le specificità dei popoli per omologarli, al fine trasformare i cittadini in meri consumatori. Essere un no global non significava valorizzare le specificità, per escludere gli altri. Significava piuttosto ricordare quanto fosse unico ogni essere umano, e quanto fosse speciale ogni popolo, coi suoi costumi, la sua religione, le sue consuetudini, senza che queste si trasformassero in conflitto di civiltà.

Per questo penso che quella manifestazione non sia stata inutile, come non è stata inutile la morte di Carlo, anche se sicuramente evitabile. Quel G8 mi ricorda sempre che, alla fin fine, credevo e spendevo il mio tempo per degli ideali giusti, e anche se il mondo sembra averci dimenticato, conservo sempre quella positiva sensazione di essere stato e di essere ancora oggi dalla parte giusta della barricata, anche se vent'anni sono passati e, come la società che mi circonda, anch'io posso dirmi cambiato, ma solo nel mio strato più superficiale. A livello dell'epidermide.

 

Vincenzo Maria D’Ascanio

Domani Consiglio dei ministri: ecco la linea che emerge per i nuovi criteri Si finirà in zona gialla se ci saranno molti ricoveri


 

La convocazione ufficiale ancora non c'è, ma la Cabina di regia per l'emergenza Covid potrebbe riunirsi domani a palazzo Chigi. Sempre domani potrebbe tenersi anche il Consiglio dei ministri, comunque previsto entro la settimana. Tra i temi sul tavolo della cabina di regia anche i nuovi parametri per stabilire i colori delle Regioni e i criteri per l'utilizzo del Green pass all'interno dei confini italiani.

Si fa strada l'ipotesi di un abbandono dell'incidenza dei casi ogni 100mila abitanti per passare invece a un altro sistema: si retrocederebbe in zona gialla con terapie intensive occupate oltre il livello del 5 per cento e ricoveri in area medica oltre il 10.Se questa dovesse essere la scelta, nessuna Regione italiana oggi sarebbe in condizione da zona gialla. La media italiana di occupazione delle terapie intensive è del 2 per cento. La Sardegna è perfettamente in linea con questa media mentre la Regione che sta peggio è la Toscana col 4 per cento.

Alberghi e ristoranti. La Sardegna non dovrebbe quindi rischiare la zona gialla, se le indiscrezioni saranno confermate dal consiglio dei ministri di domani. Ma le incognite sulla colorazione delle regioni e sulle collegate limitazioni si intrecciano con quelle sui criteri per l'uso del green pass. Un cocktail di incertezze che sta togliendo il sonno a tanti operatori turistici dell'isola. «Il tema è complesso, ogni scelta ha delle controindicazioni – ammette Roberto Bolognese, presidente regionale di Confesercenti -.

Logica vorrebbe che i controlli vengano fatti alla partenza. Tra gli operatori del settore abbiamo due fronti distinti. La maggioranza dei titolari delle attività ricettive accarezza con simpatia l'ipotesi del green pass, i ristoratori invece storcono il naso. Capisco bene le due

posizioni, ma dobbiamo sforzarci di capire che c'è il rischio di finire di nuovo in zona gialla. E allora bisogna lavorare di squadra perché questo non avvenga e scegliere il male minore. È momento delle responsabilità. Soprattutto i giovani sono più riluttanti a fare i tamponi o a vaccinarsi perché hanno un approccio semplice verso la malattia. Ma non possono assumere una posizione egoistica. La soluzione più efficace è il green pass».

 

Sui gestori si riverserebbe però il peso dei controlli: «Questo è il vero problema – prosegue Bolognesi -: bisogna cercare una soluzione per alleviare gli oneri per ristoratori e pizzerie. Non è pensabile scaricare su di loro il compito di controllare. Ma la situazione sta rapidamente degenerando, bisogna fare qualcosa. Anche perché l'alternativa potrebbe essere peggiore».

Il fronte del no. «Stiamo affrontando con apprensione questa situazione - dice Enrico Daga, membro del comitato di presidenza Confesercenti Nord Sardegna con delega alla Programmazione e sviluppo locale -. Dopo un anno e mezzo, diciamo pure due anni di grandi sofferenze, di emorragie importanti, di attività che non hanno riaperto, di ripartenze difficili, di collaboratori che, visti i problemi, hanno ripiegato su altri settori, ora si aggiunge un nuovo collo d'imbuto. Ci dovremmo trasformare in controllori, in vigili? Io credo che le norme con cui abbiamo riaperto siano sufficienti a garantire la sicurezza. Soprattutto all'aperto: tutti si stanno orientando a consumare all'aperto e questo limita la possibilità di contagio.

Trasformarci in controllori non farebbe che aggiungere un altro problema a una categoria che già sta compiendo uno sforzo epico. Darci compiti di vigilianza sarebbe un grosso errore».La stagione. Gli operatori della ristorazione vedono invece di buon occhio i controlli sugli accessi: «Il filtro all'ingresso e alle partenze è la vera grande sfida - dice ancora Daga -. Bisogna puntare sui presidi di controllo, organizzati in maniera non invasiva. Il controllo dei documenti sanitari deve essere fatto a monte e non a valle dai ristoratori».

La stagione procede tra alti e bassi: «Andiamo molto bene nel fine settimana - dice Daga -, ma negli altri giorni si fa più fatica. Non siamo certo al livello del 2019 ma molto meglio del 2020. La ripresa c'è, pur con tante incertezze. La speranza è di arrivare ad ottobre: molte aziende non sopravvivrebbero a un'interruzione della stagione».

 

Di Roberto Petretto

 

 

Articolo “L’Unione Sarda” del 20.07.2021

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Federico Marini 

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lunedì 19 luglio 2021

«Attenti, il vaccino non libera dai rischi»

Col costante aumento dei contagi, il rischio che la Sardegna retroceda in zona gialla esiste, eccome. «Ma ci fermiamo un momento a pensare cosa comporterebbe, questo, in una regione dove la maggior parte delle attività imprenditoriali vive tutto l'anno grazie al lavoro dei mesi estivi?», avverte l'epidemiologo Giovanni Sotgiu, docente di statistica medica dell'Università di Sassari.

«Per questo dico: attenzione. Da una parte le autorità devono migliorare controlli e prevenzione; dall'altra, le persone devono avere la maturità di capire che in questa fase non è ancora possibile comportarsi come prima del Covid. Se si insiste ad allentare l'attenzione si continuerà ad andare avanti a strappi, aperto e chiuso, rischiando così di rimanere bloccati definitivamente».

Vale per il turismo, la scuola, il commercio, l'artigianato, l'industria, la vita di ciascuno di noi. Detto questo, non abbiamo adesso un'arma contro il virus grazie alla campagna di vaccinazione? Insomma, con un numero di immunizzati che cresce ogni giorno di più, non potremmo stare un po' più tranquilli? L'inganno del virus «Con le due dosi sì, una sola invece non garantisce un adeguato livello di efficacia - spiega il professor Sotgiu -. Il fatto che ci siano più di 5 milioni di italiani over60 non vaccinati ci deve preoccupare, perché è uno dei gruppi di popolazione più a rischio di sviluppare la malattia e le complicanze».

Il che vale anche per la Sardegna dove, secondo il report della Fondazione Gimbe, il 41,3% ha completato il ciclo vaccinale, mentre c'è un altro 18% che ha fatto la prima dose. «Significa che più della metà della popolazione non è vaccinata in maniera completa». Il virus, adesso in spolvero con la variante Delta molto più contagiosa, può correre agevolmente se non vengono rispettate le misure di distanziamento, ventilazione dei locali e mascherina anche all'aperto in caso di assembramenti. Regole che vanno osservate anche da chi il vaccino l'ha fatto.

«Chi è vaccinato non può considerarsi esente da ogni rischio. Il vaccino riduce significativamente il rischio di malattia grave, ed è importantissimo farlo, ma non significa che sia la soluzione del problema». L'eventualità di essere contagiati e di infettare gli altri, dunque, resta. «Anche tra vaccinati con seconda dose. In Sardegna - sottolinea Giovanni Sotgiu - abbiamo avuto diversi di questi casi da variante Delta che ha una certa capacità di eludere le difese immunitarie indotte dal vaccino. Immaginiamo il vaccino come una chiave costruita per la serratura rappresentata dal virus di Wuhan.

Il vaccino era perfetto per quel virus, ma questo cambia, muta, e quindi la chiave-vaccino entra con più difficoltà nella serratura. Ecco, più andiamo avanti con l'evoluzione del virus allontanandoci dalla struttura antigenica di Wuhan, più avremo difficoltà». Il rischio da evitare È per questo che occorre bloccare, o limitare al massimo, la circolazione del virus: più questo gira, più cambia, più si selezionano varianti in grado di sfuggire alle difese del sistema immunitario.

«Se non si interviene subito, gli effetti li vedremo presto. Guardiamo a quel che succede nel Regno Unito, dove peraltro il livello di vaccinazione completa è superiore al 50%. Ebbene, partendo dall'incremento dei casi positivi di qualche settimana fa, oggi si ritrovano con un forte tasso di crescita dei contagi e un aumento dei ricoveri in degenza ordinaria e in terapia intensiva». Questo, «vale ancora di più in un'isola come la nostra che in questo periodo è meta delle vacanze di turisti provenienti da diverse parti del mondo, tanti dei quali potrebbero essere positivi. Quindi, se questi soggetti e soprattutto la popolazione locale hanno una protezione parziale, il problema è evidente».

Il rischio finisce sempre per pesare sui più fragili. «Agli over60 non vaccinati vanno aggiunte le persone con patologie cardiovascolari e respiratorie, diabete, obesità, insufficienza renale eccetera. Soggetti di cui non abbiamo informazioni adeguate sulla copertura vaccinale». Non c'è da aspettare Possiamo difendere la zona bianca rispettando le regole, dice Giovanni Sotgiu.

«È fondamentale la doppia strategia: accelerare con la copertura vaccinale e non allentare sulle misure di restrizione. I cittadini possono fare tanto». Non si deve aspettare. «Non ammetto i ragionamenti di alcuni politici e taluni medici: finché non aumentano i ricoveri in ospedale, dicono, non si interviene. Una follia. Un comportamento immorale che porterà altra sofferenza». Piera Serusi

 

Articolo “L’Unione Sarda” del 19.07.2021

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Federico Marini

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venerdì 16 luglio 2021

Muore Masaniello, il “Che” Guevara napoletano. Di Vincenzo Maria D’Ascanio.


 

(6 Luglio 1647) "È muorto chi lu Nobile ha smaccato. È muorto chi ha cresciuto li panelle. È muorto chi ha strette li Gabelle.”

 

Così scrive un anonimo poeta, all'indomani della morte di Tommaso Aniello (Napoli 1620 - ivi 1647), detto Masaniello. Colui che fu l’eroe del popolo napoletano, che, a capo della rivolta di luglio, riuscì a far abolire le gabelle sui beni di consumo popolari, imposte dal Viceré spagnolo Duca D’Arcos. Non era argentino e men che meno laureato, ma è considerato il Che Guevara dei napoletani. Come il celebre rivoluzionario, infatti, Masaniello riuscì a incitare il popolo contro il potere costituito grazie al suo carisma, come il Che fu tradito proprio dalle persone di cui si fidava e, sempre come lui, divenne un mito per i posteri.

 

A capo di un esercito di giovani “lazzari” , gli Alardi, guida la rivolta da piazza Mercato, centro delle attività economiche. I rivoltosi, guidati da Masaniello e da altri capi popolani, invasero la reggia, forzarono le carceri, distrussero gli uffici daziarî. Seguirono vittorie ed eccessi, che ben presto ledono la sua popolarità. Il 16 luglio, muore in una congiura ordita contro di lui.

 

Ci sono numerose leggende intorno alla figura di Masaniello, per questo non è semplice ricostruirne con precisione le vicende. Così veniva descritto dai suoi contemporanei: “Era un giovine di ventisette anni, d'aspetto bello e grazioso, il viso l'aveva bruno ed alquanto arso dal sole: l'occhio nero, i capelli biondi, i quali disposti in vago zazzerino gli scendevano giù per lo collo. Vestiva alla marinaresca; ma d'una foggia sua propria, la quale, [...] alla mezzana, ma svelta sua persona molto di gaio e di pellegrino aggiungeva.”

 

Si sa per certo che lavorava al mercato come pescivendolo, e guidò la rivolta del popolo contro le cosiddette "gabelle", delle imposte sui beni di prima necessità che andavano a incidere sopratutto sugli strati più poveri della popolazione. A quel tempo Napoli era governata dagli spagnoli, e la rivolta fu tanto efficace che portò non soltanto all'annullamento delle odiate imposte, ma addirittura a concedere potere agli strati più umili della popolazione.

 

Sulla fine di Masaniello ci sono delle ipotesi, alcune delle quali piuttosto colorite. Secondo un’ipotesi egli non fu capace di gestire l'enorme potere accumulato, e la sua mente non resse alle responsabilità tanto che impazzì. Altri dicono che la sua pazzia fu dovuta a degli allucinogeni che gli furono dati al palazzo regio, senza che lui lo sapesse. Ad ogni modo si sa con certezza che alla fine fu decapitato e il suo corpo gettato sotto un ponte.

 

Tuttavia, dopo la sua morte, le gabelle furono reintrodotte e il popolo si pentì per non averlo difeso. Il suo corpo fu composto e ricucito, e furono celebrati dei funerali solenni a cui parteciparono migliaia di napoletani, sopratutto delle classi meno abbienti. Oggi Masaniello è ricordato come il "Che" Guevara napoletano, e nell'immaginario collettivo continua a restare una figura leggendaria.

 

Vincenzo Maria D’Ascanio