sabato 2 maggio 2020

Chiudere tutto per riaprire tutto. Di Pier Franco Devias


Ho letto l'aberrante proposta del direttore del Forte Village, Lorenzo Giannuzzi. Il direttore del resort extra lusso di Santa Margherita di Pula pensa a una sorta di blindatura e test rigorosi per i suoi clienti e per il personale, in modo da trasformare la struttura in una sorta di "bolla sanitaria" sicura.

I suoi clienti, spiega, verranno presi all'aeroporto con mezzi sicuri, e trasportati al resort dove faranno test e poi si godranno la vacanza sereni. Ma che teneri. E aggiunge: "Non aprire sarebbe commettere un suicidio mediatico, rendersi poco visibili e concedere spazi a destinazioni alternative. Quello di aprire è un nostro preciso dovere sociale".


In pratica per lui il "dovere sociale" sarebbe quello di aprire tutta la Sardegna, fare arrivare tutti. E vada come vada, però ai suoi facoltosi clienti ci pensa lui. Prima di entrare gli faranno le analisi e - dice - "in attesa dell'esito sarà servito qualcosa da bere e il tempo volerà".


Che dolce. Eh, l'ospitalità sarda... E il resto dei turisti che arriveranno? Beh, non lo dice. Ma ipotizzerei che dati questi presupposti, oramai che sono arrivati, possano andare in giro per la Sardegna a sputazzare qua e là, al limite noi incroceremo le dita...


Del resto lui il "dovere sociale" ce l'ha per i suoi clienti, non può mica pensare anche ai Sardignoli. Noi invece abbiamo un altro modo di vedere le cose, e prima degli affari delle èlites del turismo abbiamo a cuore il benessere del nostro popolo.


Lo trovate qui: 



Chiudere tutto per riaprire tutto.

La situazione attuale è di assoluta incertezza, col rincorrersi contrastante di voci allarmistiche e tranquillizzanti, pareri opposti di esperti e talvolta di presunti esperti, con una classe politica in preda all’improvvisazione e allo smarrimento.

Tutto ciò non può che creare enorme sconforto nelle classi lavoratrici, stremate da due mesi di serrata, di mancati introiti, di promesse di sostegno e di contributi miseri. A ciò si aggiunge l’enorme confusione per l’attuazione della Fase 2 e per i passaggi successivi.


La Sardegna, la cui crisi economica si chiama Italia e dura da ben più che dall’arrivo del coronavirus, si trova oggi alle porte della stagione turistica senza un piano ben preciso e senza delle linee guida univoche.

E’ vero che essa beneficia del vantaggio della bassa diffusione del virus, dovuto prima di tutto alla distribuzione della popolazione in piccoli paesi e al grande senso di responsabilità, ma in parte anche a misure di chiusura all’esterno, opportune seppur tardive. E’ anche vero però che una fetta importante della propria economia ruota intorno al turismo, industria naturalmente legata allo spostamento delle persone.

Tutti in questo momento vorremmo salvaguardare il vantaggio ottenuto dalla bassa diffusione del virus, ma vorremmo anche metterlo a frutto per non perdere gli introiti di una voce che rappresenta da sola circa il 7% del PIL, a cui si deve aggiungere l’indotto.


Su queste tematiche alcuni minimizzano il problema, dicendo che si deve aprire tutto al più presto, perché la gente è esasperata e ha bisogno di lavorare. Altri invece dicono che si deve aprire per gradi, perché è pericoloso aprire subito e si deve avere pazienza.

Noi pensiamo che, per quanto riguarda la Sardegna, entrambe le posizioni siano insufficienti e inadatte alla nostra situazione.
Coloro che vogliono aprire immediatamente tutto, dai porti e aeroporti a tutti gli esercizi, dimenticano che l’iniziale vantaggio di regione poco colpita non assicura affatto una garanzia duratura contro la diffusone di un virus. Singapore ad esempio, dopo aver azzerato il problema, ha riaperto troppo presto ed è stata travolta dalla seconda ondata di contagio.


Chi invece pensa che si debba riaprire gradualmente seguendo le direttive del governo italiano, dimentica che tali direttive sono calibrate sulla situazione del nord Italia e sulle esigenze economiche della grande industria norditaliana.


La nostra situazione sanitaria è molto diversa, e il periodo estivo rappresenta un’importantissima fonte di guadagno per migliaia di piccole e medie imprese e per decine di migliaia di lavoratori stagionali.


Crediamo che la Sardegna, rivendicando con forza il proprio diritto all’autogoverno, debba decidere da sé i tempi e i modi della riapertura, secondo dinamiche autonome che tengano in considerazione la situazione sanitaria, le potenzialità di far fronte a nuove eventuali emergenze, ma anche il tessuto economico particolare della nostra isola.

Pensiamo perciò che sarebbe opportuno valutare un’opzione basata sulle nostre specificità, attuando una temporanea chiusura della Sardegna al sovraffollamento turistico, facendo però leva su un’ampia riapertura dell’economia a livello locale – chiaramente correlata ad un adeguato screening – e rimodulando in positivo anche le prescrizioni elaborate in base a modelli di luoghi altamente contagiati, permettendo la creazione di una situazione di “normalità controllata”.

Prima che si possa pensare che la mancata riapertura completa all’esterno possa causare un danno economico è opportuno considerare due aspetti: il primo è che a nulla serve un alto numero di turisti se gli esercizi sono costretti ad accogliere pochissime persone a causa del rigido distanziamento, con una reazione a catena che porterebbe a sottopagare i dipendenti e costringerli a dilatare gli orari di servizio. Il secondo è che se dovesse risalire il picco del contagio la stagione turistica si interromperà immediatamente, innescando un nuovo periodo di chiusura e vanificando quindi già ai primi caldi ogni possibile ipotesi di conclusione della stagione.

Sarebbe dunque ragionevole ipotizzare una sorta di “stagione intermedia” dotata di un alto livello di sicurezza, sebbene causerà una diminuzione dei guadagni. Si deve considerare che però i guadagni del settore turistico quest’anno saranno minori in ogni caso: due mesi di quarantena hanno causato una tale flessione della stabilità economica delle famiglie in tutto il continente che è assolutamente improbabile che saranno in tanti a potersi permettere una vacanza.

Piuttosto che cercare di fare il volo di Icaro e sfracellarci dopo il lancio, preferiamo volare basso ma andare lontano. Un progetto di chiusura dovrebbe puntare sul turismo interno, tollerando una maggiore soglia di capienza per gli esercizi che potranno accogliere più persone, seppur sempre tenendo validi e rigorosi strumenti di sicurezza. Poter accogliere più persone di quelle attualmente stabilite nei decreti avvantaggerebbe i commercianti; poter frequentare serenamente locali in cui non ci siano persone contagiate avvantaggerebbe tutti. L’alternativa sarebbe quella di fare il canto del cigno e tornare tutti rinchiusi in casa entro giugno.
Per attuare questo tipo di procedura la Regione, con al suo fianco tutto il settore economico e i cittadini, dovrebbe imporsi e ottenere la proroga fino all’autunno per la chiusura di porti e aeroporti, stabilendo un numero chiuso di entrate e sotto rigorosissimi controlli, sia in partenza da fuori che all’arrivo in Sardegna.

Ad una situazione di apertura controllata corrisponderà un moderato andamento economico della stagione, che pur contribuendo un po’ meno alle entrate regionali (ricordiamo che le entrate della Regione corrispondono in grandissima parte alle tasse pagate in loco), potrà pur sempre permettere alle nostre istituzioni di aiutare le piccole e medie imprese per i mancati introiti e il lavoratori stagionali danneggiati dalle mancate assunzioni.

In questa situazione il tessuto turistico locale soffrirà molto, ma potrà continuare ad esistere e si riprenderà quando la situazione sarà superata, senza correre il rischio di crollare e venire soppiantato dalle grandi multinazionali. Piuttosto ci si dovrebbe chiedere a quale mulino vuole portare acqua chi insiste a proporre di aprire tutto, anche se l’epidemia fuori dalla Sardegna continua a correre.


Crediamo che allo stato attuale non esistano ricette vincenti o soluzioni perfette, ma pensiamo che sarebbe opportuno prendere in seria considerazione la rinuncia almeno per un solo anno alla tradizionale idea di turismo, come anche autorevoli virologi sembrano suggerire.

Ciò potrebbe rappresentare un grande vantaggio per l’industria turistica sarda che sopravvivrà alla catastrofe, ma sarà un grande vantaggio anche per la restante economia sarda, che non è composta solo dal turismo e che non si ritroverà a dover bloccare nuovamente tutto a causa di una forsennata gestione di un solo settore dell’economia. L’economia infatti deve avere un andamento armonioso e non puntare solo su un settore, tantomeno può pensare di sacrificare tutti i settori per provare a garantirne uno solo per una sola stagione.

Ricordiamo inoltre che la Sardegna paga da sola l’intera spesa sanitaria, pertanto un nuovo contagio determinerebbe un nuovo grave blocco dell’economia con una mancanza di entrate fiscali. A sua volta ciò causerebbe il crollo del nostro sistema sanitario, che da solo consuma la metà del bilancio regionale, avviando un catastrofico effetto domino che distruggerebbe l’intera Sardegna.

A questo punto tutti i Sardi dovrebbero chiedersi questo: preferiamo una stagione turistica di tenore più basso e con un periodo di integrazioni sociali per aziende e lavoratori svantaggiati, oppure corriamo il rischio di far crollare la nostra intera economia e l’intera Sardegna per un solo mese di falsa ripartenza?

Noi sappiamo cosa rispondere.

Lettera di 13 governatori (tutti di centrodestra) al presidente Conte Solinas al Governo: qui la fase 2 è possibile



Lo spiraglio non c'è più. Con una retromarcia improvvisa, almeno per quanto riguarda la Sardegna, il Governo ha detto no a ogni possibile ripartenza anticipata. Sfuma, almeno per il momento, la possibilità per i sardi di essere più liberi negli spostamenti dal 4 maggio in poi. Sembra anche appesa a un filo la riapertura di parrucchieri, barbieri, centro estetici, bar e ristoranti, due o tre settimane prima, rispetto alla data imposta dal governo Conte. Lo scontro s'è consumato nell'ultima conferenza Stato-Regioni, che le cronache raccontano lunga, animata e accesa dall'inizio alla fine.

Dopo aver ricevuto la porta in faccia da Palazzo Chigi, tredici governatori del centrodestra, con in testa Christian Solinas, hanno preso posizione: «Non può esserci un solo decreto nazionale, ma diverse ordinanze, perché ogni territorio vive una diversa realtà». La sfida, a questo punto, è solo cominciata e di sicuro durerà fino a domenica.

Il pugno duro. All'inizio è sembrato che il Governo fosse favorevole a un'apertura anticipata in alcune regioni laboratorio, la Sardegna e il Molise per esempio, ma l'aria è cambiata all'improvviso quando ha preso la parola il ministro delle Regioni. «La ripartenza - ha esordito Francesco Boccia - dovrà essere per forza omogenea su tutto il territorio nazionale. Non sono ammesse fughe in avanti. Al massimo le ordinanze potranno essere più restrittive, ma i divieti previsti dall'ultimo decreto del Governo non ammettono deroghe».

Almeno per ora, perché - sempre secondo il ministro - «dobbiamo saper fronteggiare possibili altre ondate del virus e se ci fosse anche una sola ricaduta sarebbe un disastro, come sostiene da giorni l'Istituto superiore della sanità». Nonostante un tentativo di mediazione sull'ipotesi che dopo il 4 maggio possano esserci alcune ripartenze regionali in base all'andamento della curva dei contagi, alla fine Boccia è stato perentorio: «Se ci saranno governatori che non rispetteranno il decreto nazionale, siamo pronti, dopo aver inviato una lettera di avvertimento, a ricorrere al Tar o alla Corte costituzionale per far abrogare le ordinanze regionali». Il clima s'è surriscaldato in un attimo e Christian Solinas è stato fra i primi a guidare la rivolta.

La ribellione. Prima in videoconferenza e poi con una lettera aperta inviata al premier Giuseppe Conte, i governatori di Sardegna, Abruzzo, Basilicata, Calabria, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Molise, Piemonte, Umbria, Veneto, Sicilia e della provincia autonoma di Trento hanno alzato il tono della protesta. Solinas ha detto, durante la riunione, «da noi, in base all'attuale andamento verso il basso dell'epidemia, è possibile avviare finalmente una ripresa ordinata, prudente ma più rapida del nostro sistema economico e produttivo, e consentire un graduale ritorno a quella normalità della vita sociale tanto attesa da tutti».

Concetto poi rilanciato nella lettera in cui i tredici governatori hanno scritto tra l'altro: «Ogni territorio ha le proprie specificità, sia da un punto di vista strutturale e sia epidemiologico. Essendoci dunque situazioni di oggettiva disomogeneità fra le regioni, è necessario che possano esserci tempi diversi nella fase di rinvio». Per poi sollecitare, in buona sostanza, il «passaggio dalla logica dell'uniformità a quella dell'uguaglianza», perché «trattando in modo uniforme situazioni non identiche, si giungerebbe al paradosso di aumentare le disuguaglianze».

Per proseguire e concludere: «Le prescrizioni decise dal Governo centrale dovranno quindi lasciare spazio all'autonomia delle Regioni, che comunque ogni settimana dovranno essere sottoposte a un rigoroso controllo, utilizzando parametri scientifici oggettivi, come la saturazione nei territori dei posti letto in terapia intensiva e semi-intensiva e l'andamento dell'indice di contagio». La trattativa è appena cominciata e bisognerà vedere chi delle parti in campo cederà per prima. «Da parte delle Regioni - scrive il presidente Solinas - c'è uno spirito di collaborazione e non cerchiamo la contrapposizione, ma è innegabile che dove esistono oggettive condizioni di sicurezza si debba ripartire prima».

L'ultima proposta. In tarda serata dal Governo sarebbe partita la richiesta di riaprire sin da oggi il confronto con i governatori. Palazzo Chigi, stando ad alcune indiscrezioni, avrebbe pronta una mediazione con alcuni eventuali salvacondotti nelle regioni meno colpite dal virus e fra queste potrebbe esserci la Sardegna.

di Umberto Aime

Articolo tratto da “La nuova Sardegna” del 30 Aprile 2020

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Federico Marini
skype: federico1970ca



venerdì 1 maggio 2020

L'eccidio di Portella delle Ginestre


(01 Maggio1947) A Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, si riuniscono circa duemila lavoratori del territorio di Piana degli Albanesi, per festeggiare il Primo Maggio e per manifestare a favore dell’occupazione delle terre incolte dei latifondi. La gente in festa è colpita, improvvisamente, da diverse raffiche di mitra, provenienti dalle colline circostanti. Muoiono 11 persone, fra cui due bambini. Si scoprirà, in seguito, che l’esecutore materiale della strage è stato il criminale Salvatore Giuliano, con la sua banda. I mandanti, però, non saranno mai identificati.

I motivi per cui Giuliano compì l’eccidio e, nei giorni successivi, assaltò numerose sedi dei partiti di sinistra e delle Camere del lavoro nel Palermitano non possono esaurirsi nella sua dichiarata avversione nei confronti dei comunisti. Ad appoggiarlo e a dargli copertura erano poteri mafiosi, schegge dell’autonomismo siciliano e forze che intendevano garantire il perpetuarsi degli equilibri di potere anche nel nuovo quadro istituzionale e politico nazionale del dopoguerra. Per quanto la ricerca dei mandanti non sia mai arrivata a conclusioni certe, risultarono evidenti le responsabilità degli ambienti politici siciliani interessati a intimidire le masse contadine che reclamavano la terra e avevano premiato il Blocco del popolo nelle elezioni del 1947.

In tempi più prossimi la tesi delle collusioni ad altissimo livello, fino al capolinea del Quirinale, è stata assunta e rilanciata da Sandro Provvisionato, in Misteri d'Italia (Laterza 1994), e da Carlo Ruta, il quale nel prologo de Il binomio Giuliano-Scelba (Rubbettino 1995) scrive:

«Sugli scenari che si aprirono con Portella della Ginestra, alcuni quesiti rimangono aperti ancora oggi: fino a che punto quegli eventi tragici videro realmente delle correità di Stato? E quali furono al riguardo le effettive responsabilità, dirette e indirette, di taluni personaggi chiamati in causa per nome dai banditi e da altri? Fra l'oggi e quei lontani avvenimenti vige, a ben vedere, un preciso nesso. Nel pianoro di Portella venne forgiato infatti un peculiare concetto della politica che giunge in sostanza sino a noi. »


La maggioranza scricchiola su Dpcm e precari della scuola



Le Regioni, le opposizioni, le categorie: per il premier Giuseppe Conte è il giorno dell'assedio. Una nube di proteste circonda il Dpcm che darà vita alla Fase 2 e anticipa l'informativa che il capo del governo farà in mattinata alla Camera e al Senato. Lo scenario politico è cambiato. Matteo Renzi ha ricominciato il suo bombardamento e anche il Pd sembra aver cambiato atteggiamento. In serata i deputati e i senatori della Lega hanno addirittura occupato le due Aule.

Di fronte a tutto questo, Conte si presenterà alla Camera puntando su quanto finora fatto, richiamando alla responsabilità alla vigilia del decreto che, nel piano del Governo, potrebbe permettere la ripartenza economica dell'Italia. Decreto sul quale permangono nodi tecnici e politici, col grande interrogativo degli aiuti Ue: se il Recovery Fund non verrà messo in campo nel giro di due-tre mesi, il rischio di ricorrere al Mes resta alto.

Slitta il decreto aprile Una manovra monstre. Misure da calibrare bene per evitare ritardi (e polemiche). Spinte delle varie anime della maggioranza da contenere e da portare a sintesi. Alla fine il «decreto aprile» slitterà a inizio maggio: una maxi-manovra da 155 miliardi, che non ha precedenti nemmeno negli anni più duri della crisi finanziaria dal 2008 in poi. In Parlamento la richiesta di scostamento da 55 miliardi di deficit trova il sostegno anche delle opposizioni, mentre sul quadro complessivo del Def scattano i distinguo, Lega in testa, in attesa di vedere come se la caverà il governo con la Fase 2.

Il ruolo del Quirinale Quanto al susseguirsi di Dpcm Conte non ipotizza però passi indietro. È «un uso legittimo», ragionano fonti di governo ricordando come la legge quadro resti il «decreto lockdown». Ed è un uso sul quale, finora, neppure dal Quirinale sono arrivate osservazioni in materia costituzionale. Anzi, fonti parlamentari raccontano che le letture politiche al discorso della presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia - sulla necessità di rispettare i paletti della Carta - abbiano colto di sorpresa il presidente Sergio Mattarella.

Bordate bipartisan Adesso però la Lega - che al momento della chiusura della seduta, è rimasta nell'Emiciclo e ha annunciato una sorta di occupazione permanente delle Aule - e Fdi hanno però trovato un alleato anche nella maggioranza: il capogruppo del Pd in Commissione Affari costituzionali della Camera, Stefano Ceccanti, ha presentato un emendamento al decreto Covid per «parlamentarizzare» i Dpcm. Italia Viva ma anche Leu e Più Europa, gli sono andati dietro ed anche il capogruppo del Pd a Montecitorio, Graziano Delrio si è spinto a dettare lo stop: «la fase dei Dpcm è finita».

Il nodo precari. Non bastasse questo, nuove tensioni percorrono la maggioranza sulla gestione del decreto scuola. Anche lì le pressioni della Lega sull'assunzione dei precari, bypassando i concorsi previsti da mesi dal governo, si sono saldate alle richieste di Leu di stabilizzarli. Ma in commissione la loro richiesta si è unita a quella del Pd: insieme alle Autonomie hanno presentato emendamenti al decreto scuola per modificare la procedura di reclutamento dei docenti precari. Con un iter per titoli e prova finale che assicuri la partenza a pieno organico dell'anno scolastico il 1 settembre.
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Federico Marini
skype: federico1970ca